È uscito in questi giorni, in libreria e sugli store online, Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese, edito da Libreria Pienogiorno (€ 16,90), il nuovo libro di Pino Aprile, già autore del bestseller Terroni, che questa volta firma una puntuale inchiesta-reportage sulla nazione con il più alto tasso di iniquità dell’intera Europa: l’Italia. Aprile racconta, dati alla mano, come e perché in Italia oggi la disuguaglianza non ha eguali. È l’italiano il cittadino europeo con meno diritti di tutti, e in special modo se vive a Sud o nelle aree periferiche, se è in cerca di occupazione o l’ha persa, se è giovane, se è donna (e figuriamoci poi se è una madre single).

Un Paese, quello che emerge dall’analisi, che, come fosse la feroce e grottesca nemesi di Robin Hood, aggiunge ogni volta disuguaglianze su disuguaglianze: soccorre i ricchi a spese dei poveri, i garantiti a scapito di chi non ha tutele, toglie risorse a chi ne ha di meno, investe solo dove c’è tutto. “Da troppo tempo in Italia la disuguaglianza è divenuta l’ideologia fondante della società” dice Aprile, tracciando una fotografia che, secondo gli studi più recenti, fa dell’Italia la nazione più “a rischio violenza” dell’intero continente. “Solamente diventando meno iniqua l’Italia potrà ancora esistere”.

Ecco un’anticipazione:

Queste pagine rappresentano la lista delle cose da fare per il governo, per ridurre quantità e qualità delle disuguaglianze fra gli italiani. Oppure troppi di loro non avranno più interesse a esserlo, italiani; non conviene, se corrisponde a un privilegio per pochi e a un “danno di cittadinanza” per troppi. Ovviamente, questo libro non è stato scritto con questo intento ma, in un momento in cui nessuno avrebbe osato privare della guida un Paese devastato dalla peggiore pandemia da cent’anni in qua, un governo è stato fatto cadere.
E le cose vanno così male che alla fine è arrivato lui: Mario Draghi.
Colui che era stato sempre annunciato come l’angelo – vabbè, dai!, è un modo di dire – dell’ultima ora ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo esecutivo, perché nessun altro ci riesce. L’ultima ora è arrivata. Non so come andranno le cose, queste righe stanno all’inizio ma sono le ultime, a tempo scaduto.
So lo stesso, però, cosa avverrà: o un governo sarà in grado di ridurre significativamente le disuguaglianze o il Paese si ritroverà dissolto. Ed è già tale nelle menti degli italiani, nelle quali c’è stato sempre poco, avendoci questa Patria educato ad averne una sola di cui potersi fidare: se stessi, la famiglia, la categoria, il partito… sempre una parte, mai il tutto.
Senza una correzione seria delle disparità, c’è grande possibilità che tale Paese finisca proprio di esistere.

Leggerete di analisi economiche che mostrano come la violenza sia direttamente proporzionale alle disuguaglianze fra ricchi e poveri, anziani e giovani, uomini e donne, regioni e regioni… E che da un certo punto in poi, questa violenza accelera in modo parossistico, quasi istantaneo, e porta tempeste sociali, guerra. L’Italia è il primo posto in cui tutto questo può succedere, in Europa e fra i Paesi più sviluppati.
Uno dei metri di maggior successo per misurare le disuguaglianze è “il coefficiente di Gini”, che va da zero a uno. «Le ricerche sul limite oltre cui scatta la violenza dicono che, quando il coefficiente di Gini relativo alla disuguaglianza sorpassa quota 40 per cento, devi cominciare a preoccuparti», mi spiega il professor Franzini, docente all’università di Roma La Sapienza. «L’Italia, per le disuguaglianze fra i redditi è attorno a 31-32, ma per valutare l’impatto delle disuguaglianze sulla protesta sociale può essere rilevante anche la disuguaglianza nella ricchezza accumulata. E se questa continuasse a crescere anche per effetto della pandemia, la pace sociale potrebbe risentirne in modo significativo». E può succedere di tutto: dall’inerzia alla protesta incontrollata, e scorre il sangue.

Le cose che deve fare un governo ormai le conosciamo come una cantilena: il debito pubblico, l’equilibrio fra le grandi potenze che gareggiano per sbranarti, l’ordine pubblico, la cassa integrazione, la scuola… Continuate pure, a memoria. Tutto ciò, però, in tempi normali. Ora l’enormità delle disuguaglianze impone che la loro eliminazione sia il primo compito, l’unico. O non ci sarà tempo e possibilità di fare più altro. Almeno in un Paese chiamato Italia. La campanella dell’ultimo giro è stata suonata.

La disuguaglianza è un’onda. Quando una nuova energia soffia su una comunità intesa come una superficie marina, sorgono increspature che la durata e l’intensificarsi della spinta iniziale innalzano sempre di più. Per quanto grandi siano le onde, una cosa le accomuna tutte: finiscono. C’è solo una differenza: la tempesta alza le onde del mare sino al massimo, mentre nelle società rompe e abbassa le onde della disuguaglianza, quando raggiungono il massimo.

Tutte le onde sono figlie del vento che, anche modestissimo, riesce a premere sul pelo dell’acqua e a creare onde capillari. Anche le comunità umane hanno una sorta di tensione superficiale, fatta di norme, diritti, comportamenti, convenienze e persino sentimenti.
Non importa dove comincerà a soffiare il vento: l’onda che ne sarà generata si allargherà a tutto il mare, perché più cresce la massa d’acqua che si solleva, più difficile sarà per il vento spingerla. Allo stesso modo, all’interno della società, il prorompere di una spinta che procura privilegi a qualcuno indurrà altri a percorrere la stessa strada, ad allargare il fronte su cui avanza l’egoismo dei più forti. E più le disuguaglianze diventano sfacciate, più si estendono in ogni campo, con metodi e schemi uguali, indipendentemente dalla dimensione delle disparità: le vedremo fra ricchi e poveri, fra anziani e giovani, fra uomini e donne, fra categorie e all’interno di quelle, fra Nord e Sud, fra normodotati e disabili. La disuguaglianza diviene l’ideologia fondante della società: il troppo e persino il tutto, come diritto.

Per quanto grande sia l’onda della tempesta perfetta, il vento prima o poi si esaurisce, il cielo si stanca di lacerarsi, il mare di galoppare, e si ferma. Prima o poi, anche la più disuguale società umana vuole pace, equità.
E qualcosa accade: è allora che comincia la tempesta.

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