Il cuore sanguinante di una giraffa uccisa come pegno d’amore per il fidanzato a San Valentino. Le raccapriccianti immagini del trofeo di caccia della 32enne sudafricana Merelize Van Der Merwe hanno gocciolato sadico orrore su tutto il web. La donna che dice di cacciare fin da quando è bambina, e di aver ucciso oltre 500 animali tra leoni, elefanti e leopardi, ha voluto togliersi un ulteriore macabro sfizio pagando 1500 sterline per cacciare e uccidere una splendida giraffa. Una volta compiuto l’orrendo gesto, la donna si è prima messa in posa sull’animale morto, poi ne ha estratto il cuore mostrandolo nuovamente all’obiettivo del fotografo.

La donna oltretutto non è nuova a gesti eclatanti in spregio alla meraviglia del mondo animale. Come tutti i cacciatori del pianeta che ipocritamente si autodefiniscono amanti della natura litiga e deride spesso gruppi animalisti e vegani sul web. Van der Merwe ha spiegato per filo e per segno le sensazioni provate in attesa del giorno di caccia alla giraffa. “Il mio meraviglioso marito Gerhardt sapeva che questo era il mio sogno. Sono stata in attesa come un bambino per due settimane, contando i giorni. Successivamente sono stata inondata di emozioni”. Sotto la foto con il cuore della giraffa in mano ha poi scritto: “Vi siete mai chiesti quanto è grande il cuore di una giraffa? Sono al settimo cielo con il mio regalo di San Valentino”.

Van Der Merwe gestisce una fattoria con annesso enorme agrumeto nella provincia del Limpopo settentrionale in Sudafrica. “Uccidendo quella giraffa ho creato lavoro per 11 persone quel giorno e molta carne per la gente del posto – ha concluso entusiasta la donna farneticando teorizzazioni incomprensibili – Se si mettessero a vietare la caccia gli animali diventerebbero inutili e scompariranno. La caccia ha aiutato a riportare molte specie sull’orlo dell’estinzione. Le uniche persone che proteggono questi animali sono i cacciatori di trofei”. Nel 2016 il regista Urlich Seidl documentò la caccia grossa di animali in via d’estinzione in Namibia in un film presentato al Festival di Venezia, intitolato Safari.

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