“Si legge spesso che la Danimarca sia il Paese più felice al mondo. Non credo sia vero, ma è sicuramente un luogo dove si può essere felici al lavoro”. Mattia Siragusa, 34 anni, originario della provincia di Varese, è consulente speciale e project manager, assunto a tempo indeterminato, presso il dipartimento di tecnologie sanitarie dell’Università Tecnica Danese. Si è trasferito in Danimarca nel 2015, è stato selezionato primo tra 90 candidati e da 6 anni vive a Copenaghen con sua moglie, anche lei laureata in Italia ed emigrata all’estero. Tornare? “Non vedo l’ora, però chissà se accadrà mai veramente”.

Dopo il liceo scientifico Mattia frequenta l’Università di Milano e quella di Pavia. Poi, la richiesta di colloquio per il posto di dottorato in fisica arrivata dalla DTU. Sveglia alle 4, volo da Malpensa alle 7, incontro alle 11, “pranzo e cena pagati dall’università e sistemazione nel più bell’hotel di Roskilde, l’antica capitale danese”, ricorda Mattia. Oltre al volo, i rimborsi includevano i biglietti dei trasporti per visitare Copenaghen. “All’epoca ero un semplice aspirante al dottorato, quindi niente bugie: è stato amore a prima vista”.

L’inizio è stato “molto strano – racconta –. Avevo ottenuto il posto prima ancora di terminare la magistrale, ma a condizione di laurearmi entro il 19 dicembre 2014, giorno in cui era fissata la discussione della tesi. Quello è stato un venerdì surreale: la segreteria universitaria aveva confuso i miei dati con quelli di un altro studente, impedendo la mia proclamazione e mettendo a rischio il dottorato. Quello è stato il mio addio all’Italia, peccato”. Mattia ci tiene a specificare che l’Università di Pavia “è ottima” e col gruppo di radiobiologia ha continuato a collaborare nel tempo.

Oggi, sei anni dopo, Mattia coordina un team per la manutenzione dei ciclotroni e passa le sue giornate tra i vari progetti di ricerca, dove l’unica costante è “il potere di decidere da solo come gestire il tempo. La nostra lista di amici è costituita in prevalenza da stranieri. I rapporti di amicizia coi danesi sono rari, la loro vita sociale gravita spesso attorno a cerchie ristrette di persone, le stesse per tutta la vita”, ci spiega.

Una parola per descrivere la Danimarca? “Efficienza”. Colpisce “l’informatizzazione dei servizi – continua –. Vedo anche qui persone gettare i mozziconi per strada, ma spariscono nell’arco di una notte. Alcune fermate degli autobus vengono danneggiate di continuo, ma le riparazioni sono istantanee. Le bici sono ovunque e le piste ciclabili abbondano”. I danesi sono “super organizzati, conoscono il numero delle settimane e tra amici non è raro dover prendere appuntamento mesi prima di vedersi (‘Hej Lars, buon anno! Che ne dici di uscire per una birra la settimana 38?’)”.

Dopo i 18 anni, “i ragazzi danesi – spiega Mattia – ricevono incentivi economici per continuare a studiare” e quando si entra nel mondo del lavoro, in generale gli stipendi lordi sono buoni: “Sia il mio che quello di mia moglie sono circa il 60% in più rispetto ai colleghi di Milano”. Tasse e costo della vita sono alti, ma il rapporto tra retribuzione e ore lavorative “è invidiabile”. L’impiegato medio “lavora 34 ore settimanali: ho vissuto sulla mia pelle quanto l’efficienza e la qualità del lavoro aumentino riducendo il tempo in ufficio”. Un Paese, insomma, dove per Mattia “si può essere felici al lavoro: la differenza principale sta nell’equilibrio tra vita privata e lavorativa. C’è molta flessibilità per agevolare gli impegni familiari e attenzione verso chi ha figli”.

Un ambiente ideale per molti aspetti, anche se da expat solitudine e difficoltà non sono mancati, soprattutto all’inizio. “Ricordo quando conservavo i vestiti nella cantina di un collega, poi diventato mio testimone di nozze. Alcuni amici italiani questo senso di isolamento non lo hanno capito; vedevano solo che il mio stipendio era più sostanzioso del loro”. Il consiglio che Mattia si sente di dare ai giovani è di osare, di non temere di fare scelte coraggiose. Di essere curiosi e girare il mondo. “È fondamentale imparare l’inglese e le basi dell’informatica, perché semplificheranno immensamente la vita”. Tornare? Mattia è sicuro. “Certamente. Anzi, non vedo l’ora! Però chissà se accadrà mai – risponde –. Forse di fronte a orari di lavoro pazzeschi, gerarchie più rigide e stipendi tanto più bassi potrei spaventarmi e tirarmi indietro”. A questo si aggiunge anche molta preoccupazione sul fronte politico: “La situazione è scoraggiante e non invoglia certo a tornare. Bullismo e arroganza, violenza e individualismi tengono noi e sicuramente molti altri lontano da casa”. Pentito della scelta? “No – conclude –. Però cosa non darei per una colazione in pasticceria”.

Il Fatto di Domani - Ogni sera il punto della giornata con le notizie più importanti pubblicate sul Fatto.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

“A Bristol abbiamo comprato casa e messo su famiglia. In Italia se possono ti fanno contratti di apprendistato fino a 40 anni”

next