A fine dicembre era stato a lungo interrogato parlando anche di retrocessioni di denaro al partito. Michele Scillieri, uno dei commercialisti di fiducia della Lega arrestati nell’inchiesta milanese sul caso Lombardia Film Commission e su presunti fondi neri, vuole patteggiare 3 anni e 8 mesi e 85mila euro di risarcimento. Anche il cognato Fabio Barbarossa, considerato dagli inquirenti come suo “prestanome“, ha chiesto di patteggiare 2 anni e 2 mesi versando 30mila euro. Le istanze, concordate coi pm, saranno valutate da un gip. Nello studio di Scillieri venne registrata la ‘Lega per Salvini premier’.

Cuore dell’indagine l’affare del capannone di Cormano rifilato, secondo la procura di Milano, al doppio del prezzo alla Lombardia Film Commission. Dopo gli arresti Scillieri era stato interrogato. Il professionista considerava la vendita del capannone di Cormano, da ristrutturare e con il tetto in amianto, “una porcheria”. “Hanno inventato che costava il doppio“ diceva intercettato. Il commercialista era finito agli arresti domiciliari lo scorso 11 settembre con i colleghi Alberto Di Rubba e Andrea Mazoni, e Barbarossa. Anche Luca Sostegni, il primo a finire nel mirino della procura e considerato un prestanome, ha chiesto di patteggiare. Per i contabili della Lega in Parlamento Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni e per l’imprenditore Francesco Barachetti si profila la richiesta di giudizio immediato.

Agli inquirenti Scillieri avrebbe raccontato di sapere che parte dei soldi che ‘retrocedeva’ a Di Rubba e Manzoni finivano alla Lega di Salvini. Gli inquirenti hanno indagato su questo sistema di presunte ‘retrocessioni‘ verso il partito, anche da parte di imprenditori e con l’ipotesi investigativa di finanziamento illecito. Nei racconti di Scillieri anche una presunta confidenza di Di Rubba su quel flusso di denaro transitato dalla Sparkasse di Bolzano fino in Lussemburgo, su cui indagano da tempo per riciclaggio i pm genovesi nell’inchiesta sui famosi 49 milioni di euro spariti. A detta di Scillieri, a cui i pm avevano mostrato molti documenti durante un interrogatorio, Di Rubba sarebbe stato a conoscenza in particolare del rientro di 3 milioni di euro in Italia. E altri 7 milioni sarebberp finiti ‘in pancia’ di altrettante società lussemburghesi, un milione a testa.

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