Proprio in questi giorni in cui il dibattito sull’utilizzo dei fondi del Recovery Plan è più che mai acceso e su cui anche Isde è intervenuta, appare particolarmente opportuna la nascita dell’Osservatorio indipendente e interdisciplinare sulla Bioeconomia. L’Osservatorio è il fisiologico sviluppo della conferenza “La Strategia europea di bioeconomia: scenari e impatti territoriali, opportunità e rischi” tenutosi presso la Società Geografica Italiana a Roma il 25 settembre scorso e su cui già ebbi occasione di riferire.

L’Osservatorio si è costituito su iniziativa di docenti e ricercatori di diverse università e centri di ricerca e si propone tanto di monitorare ciò che accade in Italia e in Europa in nome della “Bioeconomia”, quanto anche di proporre indicazioni e iniziative volte al sostegno decisionale.

La Bioeconomia viene presentata come la nuova frontiera dell’economia verde ed è vista come la panacea capace di conciliare ambiente, economia e lavoro; mai come ora siamo inflazionati da prefissi come “bio”, “eco”, ”green”, spesso però non sufficienti a garantire che le scelte vadano nella giusta direzione e siano in grado di conciliare il rispetto degli ecosistemi e la qualità delle matrici ambientali indispensabili alla vita (aria, acqua, suolo) con le attività umane, realizzando così quello “sviluppo sostenibile” di cui tanto si sente parlare.

Il termine Bioeconomia è mutuato dalla teoria bioeconomica formulata negli anni ’60 dal matematico ed economista Georgescu Roegen, ma nella sua attuale declinazione presenta infatti sostanziali divergenze dalla forma concepita dal suo fondatore, con il preciso intento di rendere realmente possibile la convivenza dell’attività umana con la sopravvivenza di tutti gli ecosistemi esistenti sul Pianeta.

Fra le principali criticità si segnala la perdita di sicurezza alimentare in seguito all’utilizzo sempre maggiore del suolo agricolo per coltivazioni “no food”, il sovrasfruttamento delle risorse naturali, la perdita di biodiversità, la destinazione della frazione organica dei rifiuti urbani e del verde ad impianti di digestione anaerobica per produzione di biogas invece che al compostaggio, praticabile anche su piccola scala e molto più idoneo a ripristinare la fertilità del suolo, ma che non gode di incentivi ed è pertanto colpevolmente trascurato.

Fortemente criticabile anche l’inserimento dell’energia prodotta da biomasse forestali fra le rinnovabili, decisione contro cui nel 2019 è stata intentata presso la Corte di Giustizia Europea una azione legale da parte di cittadini e organizzazioni di sei paesi europei e che anche nell’anno in corso ha visto levarsi autorevoli voci di scienziati e ricercatori.

La “valorizzazione” in senso energetico che si vuol fare del nostro patrimonio boschivo ci sta facendo perdere i nostro migliori alleati nel contrastare i cambiamenti climatici, gli alberi, che non solo ci forniscono ossigeno e fissano il carbonio, ma purificano l’aria assorbendo inquinanti, migliorano quantità e qualità delle acque e contrastano le frane.

Tornare a bruciare legna per produrre energia è letteralmente un ritorno al passato, al Medioevo: possibile che nel terzo millennio si compiano ancora così grossolane ed errate valutazioni e non si investa in fonti energetiche davvero pulite e rinnovabili?

Ci auguriamo che l’attenzione che già la Conferenza del 25 settembre aveva avuto a livello istituzionale, con la partecipazione di un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, prosegua anche nell’attuale fase politica, perché le variegate competenze degli esperti che hanno dato vita all’Osservatorio sono una indubbia risorsa in un momento di scelte così cruciali per il futuro del paese, e di cui tutti, almeno a parole, si dicono consapevoli.

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