La vendita di Alitalia slitta all’aprile 2018. Così il governo Gentiloni lascia la patata bollente al prossimo esecutivo, a cui rimarrà anche l’incombenza di battere cassa per farsi restituire il prestito ponte concesso alla compagnia. Che sale da 600 a 900 milioni di euro per evitare il rischio di interruzioni dei voli prima delle elezioni. A stabilirlo è il decreto fiscale collegato alla manovra varato venerdì dal consiglio dei ministri.

Il bando pubblicato dai commissari straordinari all’inizio di agosto fissava la scadenza per il 5 novembre: entro quella data avrebbe dovuto essere concluso il negoziato tra Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari e gli aspiranti compratori di Alitalia. Da allora sono passati due mesi e mezzo ed entro lunedì 16 ottobre sono attese le offerte. Ma nel frattempo Ryanair, che ha dovuto cancellare migliaia di tratte causa defezione dei piloti, ha rinunciato a presentare offerte, Lufthansa ha fatto capire di non essere disponibile a comprare l’intera compagnia e i suoi dipendenti e i fondi americani Cerberus, Elliott e Greybull sono interessati solo alle attività di trasporto aereo ma non si accollerebbero l’handling. Si profila dunque la vendita “a spezzatino” che i ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini avevano detto chiaramente di vedere come il fumo negli occhi. Lo stesso titolare dello Sviluppo Carlo Calenda aveva definito “prioritario l’acquisto dell’azienda intera”.

A questo quadro va aggiunto il fatto che, con l’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale, si è concretizzata l’ipotesi di elezioni la prossima primavera. Ecco allora la scelta del rinvio. Un comunicato pubblicato sul sito del Mise spiega che “si rende opportuna una proroga tecnica, fino al 30 aprile 2018, del termine per la conclusione della gara, tenuto conto che: a) il procedimento si è svolto in un contesto caratterizzato da una serie di accadimenti straordinari nell’ambito del settore del trasporto aereo, quali il dissesto di Air Berlin, il fallimento di Monarch Airlines e la crisi operativa di Ryan Air, che stanno modificando le dinamiche strategiche del settore; b) è presumibile che si renda necessario un tempo più lungo di trattativa per finalizzare al meglio le proposte degli interessati, in particolare nel caso in cui le offerte non siano corrispondenti al bando di gara; c) l’imminente scadenza del termine indebolisce il potere contrattuale della amministrazione straordinaria che avrebbe meno di un mese per concludere il negoziato”. “Vogliamo vendere, non svendere”, ha chiosato dal canto suo Delrio.

Quanto agli ulteriori soldi pubblici versati nelle casse della compagnia e al posticipo della restituzione, secondo il Mise “è indispensabile garantire già da oggi la piena tranquillità operativa della Compagnia anche nel periodo transitorio di 4/6 mesi (necessario per le procedure autorizzatorie, prima tra tutte quella antitrust) che intercorrerà tra l’aggiudicazione e la effettiva immissione dell’acquirente nel possesso e nell’esercizio delle attività aziendali e che potrebbe svolgersi in un periodo in cui il Governo è autorizzato ai soli atti di ordinaria amministrazione”. Ma, assicura il ministero, “l’operazione non costituirà un costo a carico della collettività, poiché l’intervento dello Stato è un finanziamento oneroso che sarà rimborsato dalla procedura, con interessi fissati – peraltro – ad un tasso molto elevato”. “Rimane ferma intenzione dell’Esecutivo di procedere il più rapidamente possibile alla cessione della compagnia”, si conclude la nota. Rapidamente, ma non troppo.