La storia di Alessio Bernabei è un po’ come quella dell’araba fenice. Morire e rinascere. È successo nel 2015 quando all’apice del successo con i Dear Jack – nati ad “Amici”- ha abbandonato il gruppo, poi nel 2016 l’esperienza solista e oggi ha lasciato la major, Warner Music, che lo aveva sotto contratto per autoprodursi con Zero11 dischi fino al lancio del nuovo singolo “Everest”. Sono cambiate molte cose in questi sei anni. “Everest è la fotografia di chi sono oggi con la voglia di tornare ad alcune influenze del passato riscoprendo anche un po’ la mia emotività. – spiega Alessio a FqMagazine – Anche nella canzone spiego che non riesco ad amarmi alla perfezione e quindi provo ad amare altre persone. Il fatto è che se non ami te stesso non puoi amare altri. In questa lotta con me stesso e ho voluto raccontare come sono adesso”.

E chi è Alessio oggi?
Un Alessio più fragile che ha voglia di mostrarsi senza paura. Le mie fragilità una volta le mascheravo, mi facevo un ciuffo enorme e dicevo ‘noi siamo infinito’. Oggi non ho paura a mostrare le mie paure di 28enne che va verso i 30 e non sa quello che verrà, non sa dove andrà la società con questi disastri che stiamo venendo. Sono un ragazzo consapevole che ha voglia di dire che ha anche paura.

Hai fatto pace con te stesso?
No, non ho ancora finito il mio percorso. Le mie fragilità le ho capite ma le sto ancora metabolizzando. Sono andato a vivere da solo tre anni fa, cercando di risolvere i i miei guai interiori e quindi mi sono conosciuto meglio. Ho letto, in questi anni, un sacco di libri sulla rinascita personale e sulla spiritualità, ho messo da parte un po’ il mio ego.

Hai chiuso con una major per autoprodurti. Come mai?
Con Warner dopo l’album del 2018 avevamo opzionato alcuni singoli. Poi sono rimasto fermo, abbiamo pure provato ad andare a Sanremo, senza riuscirci. A un certo punto si è creato un divario tra quello che io pensavo fosse giusto per me e quello che era giusto, secondo loro. Parliamo di visione artistica naturalmente. A quel punto di mia spontanea volontà me ne sono andato

Ma la tua visione dove ti portava?
Ero e sono un artista diverso da quello che loro immaginavano. La loro visione era quella di un cantante un po’ più ‘impostato’. In realtà io ho l’esigenza di essere più me stesso e di metterlo in musica, scrivere canzoni, cantare i miei testi, mentre loro mi volevano più come interprete che cantautore, quale mi considero.

In Everest canti “sempre solo sempre stanco ma con il sogno dentro, mi sono arreso troppe volte”. Hai attraversato momenti difficili?
La mia vita artistica è fatta da up e down, come accade nella vita vera. Nella vita di tutti noi ci sono momenti di picchi ed è come un’altalena. Mi sono arreso troppe volte ma mi rialzavo sempre. Anche quando ero abbattuto e giù c’era sempre in un cassetto la speranza di quel sogno, che era sempre lì che mi aspettava. La forza della musica infatti l’ho messa sotto forma di essere umano in questa canzone. Ho cercato sempre di guardarmi dentro perché io sono sempre il ragazzo di una volta che ama la musica che può ottenere quello che vuole con la passione.

L’esperienza di “Amici” prima e con i Dear Jack catapultati nei palazzetti di tutta Italia, deve essere stata una bella botta per te…
A 21 anni mi sono ritrovato in un modo a me sconosciuto perché vivevo nella mia cameretta. Aprire il concerto di Modà, il Forum, il tour nei palazzetti in meno di un anno… In quel mondo strano il mio ego è stato pompato dalla popolarità. Ma ho imparato poi che tutto quello poteva durare per un periodo limitato, la moda poi passa, cambia, arriva un altro artista, un altro personaggio dal talent, un’altra band. È come essere un iPhone 4 quando poi esce il 5.

Cosa hai imparato da quella esperienza?
C’è stato un percorso di consapevolezza che mi ha portato a capire molte cose. Ovviamente ho sbattuto la testa, ho fatto degli errori più volte fino ad arrivare in un punto in cui ho avuto di nuova ‘fame’ di musica, la voglia di far ascoltare le mie cose. Avevo perso questo entusiasmo, c’è voluto tempo, consapevolezza, voglio dimostrare ancora quello che so fare.

Quali sono i ricordi del tuo primo Sanremo con i Dear Jack nel 2015?
È stato difficile gestire la responsabilità di essere in un contesto importante. Ti ritrovi in gara tra i Big di Sanremo insieme ad artisti con cui sei cresciuto ed è come se fossero dei colleghi in quel momento da Masini a Nek che ascoltavo quando ero bambino. Avevo una grande responsabilità e un peso che metteva paura. Sono le stesse sensazioni anche di altri cantanti che sono usciti dal talent. Però sono esperienze da attraversare per imparare, anche sbagliando, prendendosi i fischi e le critiche. Serve a fortificarsi. Io la gavetta l’ho fatta all’Ariston. Devo dire grazie a quelle botte e schiaffi che ho preso, ho raggiunto una consapevolezza maggiore e sono cresciuto.

Come hai condiviso questa esperienza con gli altri del gruppo?
La band aiutava a farti forza ma la responsabilità la sentivo sulla mia pelle perché ero in prima linea, ero il frontman ero il primo a prendere lo schiaffo. Poi ho fatto Sanremo l’anno successivo da solo ed è stato tutto diverso.

La tua rinascita parte dalla rottura coi Dear Jack nel 2015, cos’è successo?
Nell’estate del 2015 – nel pieno del tour – si è spezzato un anno di carriera intenso, una convivenza continua e a volte anche forzata con colleghi ed amici. Però era giusto così a noi andava bene così. Io ero felicissimo, eravamo una band, mi sentivo rock and roll con il furgoncino, eravamo delle rockstar ma piccoli. Pian piano si è spezzato qualcosa e mi sono ritrovato a dire ‘non mi va di andare a suonare’ quindi mi sono detto ‘c’è qualcosa che non va’ perché il mio sogno da sempre era quello di stare sul palco. Il mio stato d’animo era stato compromesso da una situazione pesante che non mi permetteva di andare a fare con serenità il lavoro dei miei sogni.

E te ne sei andato…
Bisognava risolvere questa situazione e l’unico modo era staccare la spina dal mio team, perché era quello che mi faceva stare male. Quando sei in una squadra di calcio o basket e gli altri giocatori ti isolano o sono distaccati è tremendo. Eravamo diventati due entità separate. Io da una parte e loro dall’altra, rischiavo di peggiorare la situazione e anche con il malessere che non aveva più senso quel progetto. Così ho deciso di provare da solo.

Hai qualcosa da rimproverare all’Alessio 21enne?
Assolutamente niente. Avevo 21 anni e mi affacciavo ad un mondo estraneo. Era immaturo, inconsapevole di tante cose ed era giusto che vivessi quel periodo. Non rimpiango niente anche perché grazie a quell’Alessio lì è nato l’Alessio di adesso con un punto di vista critico ma realistico delle cose. Quindi a quell’Alessio lì direi ‘stai tranquillo’.

Hai avuto paura dopo che hai lasciato il gruppo?
All’inizio c’era tanta paura perché è stato un salto nel vuoto senza il brand dei Dear Jack. Dovevo staccarmene e provare con altro partendo dalla mia faccia. Anche quel momento è stata una esperienza fortissima e ho imparato tanto.

Nella band era rimasto il tuo amico fraterno con cui hai iniziato, Francesco Pierozzi. L’hai vissuto come un tradimento?
I primi tempi non ci calcolavamo per una sorta di imbarazzo, non era competizione. Con Francesco siamo compagni e amici da una vita, sin dalla scuola. Abbiamo passato l’adolescenza a suonare insieme e poi, sempre insieme, l’esperienza ad ‘Amici’. C’è stato un lungo silenzio tra noi per il primo anno. Poi piano piano abbiamo capito che le nostre anime si volevano ancora incontrare e ci siamo visti. Un po’ in giro, un po’ a casa sua, a casa mia, come amanti segreti (ride, ndr). Poi sono arrivati anche gli altri ragazzi e abbiamo iniziato a sentirci di nuovo con Alessandro e Riccardo.

Vi è stata proposta una reunion?
Un discografico ce l’ha proposto. Abbiamo fatto anche dei tentativi ma ho sempre avuto l’esigenza di mettere in musica quello che creo in forma solista. Non è una questione di egoismo ma è proprio una mia esigenza. Con loro più volte ci siamo detti ‘quando siamo tutti a Milano facciamo delle prove’. In futuro chissà magari una rimpatriata si può fare. Nel frattempo tante cose musicali usciranno in questa forma solista, non voglio perderle.

Sei stato contattato per qualche reality?
Mi hanno chiamato in parecchi. I reality li apprezzo molto più dal divano. Andare lì alla fine mi troverei come un pesce fuori dall’acqua. Non ne sarei capace, sono introverso. La notte scrivo molto, non mi ci vedo proprio.

Come hai vissuto il lockdown di marzo?
Tre mesi da solo a Milano, la barba mi è cresciuta come quella di Tom Hanks in ‘Cast Away’. Anche questa è stata una esperienza che mi ha arricchito moltissimo, ho letto un sacco di libri, ho visto un sacco di documentari però il lockdown mi ha tolto l’ispirazione.

Cosa consiglieresti al prossimo che uscirà da un talent?
Di essere se stessi. È la cosa più importante. Fare bella musica, lavorare sodo e farsi ascoltare il più possibile e arrivare a più orecchie possibili che sia un talent o lo streaming. Non mentire mai, tanto la verità viene fuori sempre.

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