Esattamente un anno fa il Regno Unito diceva addio ufficialmente all’Unione europea: con una grande celebrazione di piazza, il governo conservatore a guida Johnson festeggiava la Brexit Done.

Già un anno fa, in quella data di fine gennaio, il mondo stava cambiando drasticamente senza che ancora ce ne accorgessimo: all’epoca non potevamo immaginare di ritrovarci nel giro di poco più di un mese chiusi in casa, a causa di una pandemia globale, la quale ha portato ad oggi più di 100mila morti solo in Gran Bretagna.

Ci sono due motivi per cui la pandemia si lega alla Brexit e viceversa. Il primo è di carattere simbolico: proprio il 31 gennaio si sono registrati i primi due casi di coronavirus presso Newcastle. Il secondo invece è di carattere politico: Boris Johnson, nonostante fosse stato allertato del pericolo del coronavirus, ha coscientemente messo in secondo piano la battaglia contro la pandemia per prediligere il piano Brexit.

È stata un’inchiesta dello scorso aprile del Sunday Times a fare luce su questo: a fine gennaio, il comitato tecnico-scientifico del governo inglese aveva raccomandato a Johnson di non trattare il coronavirus come una normale influenza, ma di prevedere anche un possibile lockdown per contenere i contagi. Il governo ignorò la raccomandazione per dare priorità ai festeggiamenti Brexit e alle conferenze stampa sul “Regno Unito come ‘Superman’ del libero mercato” del febbraio successivo.

Dopo diverse pressioni dalla comunità scientifica, il 23 marzo arrivava il lockdown in Gran Bretagna; la reazione era stata troppo tardiva e ad aprile nel paese sono stati registrati in media circa mille morti al giorno. Nonostante la richiesta dei governi gallese e scozzese di estendere il periodo di negoziato e la disponibilità da parte dell’Ue di accettare un’estensione, il governo Johnson voleva mantenere la scadenza per il 31 dicembre.

L’irresponsabilità di questa scelta non era dovuta solo al fatto che il paese ad aprile era sotto lockdown con contagi e morti in crescita esponenziale, ma anche che in una fase di emergenza e incertezza come la crisi pandemica il governo abbia mantenuto la scadenza di negoziato per la fine dell’anno, senza una chiara strategia Brexit tra le mani. C’è una evidente reazione che indica questa mancanza: quando a settembre i negoziati erano in fase di stallo, Johnson minacciò l’Ue di non rispettare una parte di un accordo riguardo il confine tra la Repubblica d’Irlanda e il Nord dell’Irlanda post-Brexit.

Infatti, circa un anno e mezzo fa, era stato deciso, proprio dal governo Johnson, che il confine non sarebbe diventato “rigido” e che l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta sotto l’egida dell’Ue.

Questa minaccia rimaneva tale, probabilmente anche perché Joe Biden, prima delle elezioni americane, si era già mostrato contrario a questa mossa di Johnson. Dopo le elezioni americane e l’addio alla sponda sicura dell’amico di Johnson, Donald Trump, abbiamo assistito a una scena interessante: Dominic Cummings, ex consigliere personale del primo ministro e “stratega” della hard Brexit, usciva con degli scatoloni dal n. 10 di Downing Street.

È difficile dire quale siano stati i motivi di tali dimissioni immediate. Forse la vittoria di Biden e un certo cambio di equilibri di potere all’interno del partito conservatore. E’ stato in ogni caso un fatto rilevante: si pensi a quanto Cummings sia stato strenuamente difeso da Johnson lo scorso maggio, quando venne rivelato che il consigliere aveva violato il lockdown, viaggiando per centinaia di chilometri con sintomi di coronavirus, con la moglie e il figlio. Difendere Cummings, nonostante lo scandalo, era un chiaro segnale politico: significava per Johnson difendere tutto ciò che era stato costruito fino a quel momento.

In ogni caso, verso metà novembre iniziava la “corsa all’accordo” con la rinuncia da parte di Johnson di mettere in discussione la parte di protocollo sul Nord dell’Irlanda. Si arrivava così la notte di Natale scorsa a partorire il primo agreement commerciale. Un accordo che, come ha spiegato la Bbc in un articolo, se da una parte ha mantenuto lo scambio di merci tax free, dall’altra comunque complicherà gli adempimenti burocratici, rallentando gli scambi.

Inoltre, il nuovo sistema delle migrazioni “a punti”, il quale mira a porre fine alla migrazione non qualificata in Gran Bretagna, avrà probabilmente un effetto boomerang per il governo britannico, nel lungo periodo. Molti dei lavoratori considerati “non qualificati” sono stati gli essential workers in prima linea durante i mesi duri della pandemia: lavoratori pagati spesse volte il minimo consentito, con un rischio di vita altissimo. Molti di questi lavori svolti dagli immigrati saranno mansioni che, per forza di cose, più britannici dovranno adempiere.

In aggiunta, il Financial Times ha rivelato che nonostante nell’accordo sia stato deciso che il Regno Unito avrebbe mantenuto gli standard europei per i diritti dei lavoratori, questi ultimi verranno molto probabilmente messi in discussione; il nuovo “pacchetto” di de-regolamentazione del mercato del lavoro, il quale ha già l’approvazione politica dall’esecutivo britannico, mette a rischio diritti come la settimana lavorativa di 48 ore, le pause sul posto di lavoro, la retribuzione degli straordinari e alcuni diritti alle ferie.

Un altro punto interessante da sottolineare riguardo l’accordo è il seguente: questa Brexit è davvero done come Boris Johnson ha propagandato durante il corso dell’ultimo anno? Assolutamente no: uno dei due settori più importanti del paese, quello finanziario e di scambio di dati, deve essere ancora discusso e l’accordo sulla pesca dovrà essere rinegoziato tra cinque anni.

Ci sono già due effetti evidenti dovuti alla pandemia e alle nuove regole Brexit. Il primo punto riguarda l’esodo registrato nell’ultimo anno: sempre il Financial Times ha riportato che circa 1 milione e 300 mila immigrati hanno già lasciato il Regno Unito, molti di questi in maniera definitiva. La più grande fuga dopo quella registrata durante la Seconda guerra mondiale. Sarà interessante vedere l’effetto che avranno gli incentivi di rimpatrio che il governo britannico sta proponendo ai cittadini europei: uno schema per i rimpatri, scoperto dal Guardian, che include il rimborso del viaggio e un compenso di circa 2000 sterline.

Il secondo punto invece viene illustrato da un sondaggio del Sunday Times, di fine gennaio 2021, il quale mostra la netta volontà da parte di una maggioranza assoluta di scozzesi e nordirlandesi di lasciare la Gran Bretagna. Questo sentimento è in crescita anche in Galles, dove il 30% della popolazione è favorevole a un distanziamento da Londra.

Tutti questi dati sono certamente preoccupanti per il futuro del paese, che probabilmente subirà una marcata trasformazione. La Gran Bretagna (o ciò che ne rimarrà) diventerà sempre più un paese di migrazione “privilegiata” e, di conseguenza, teatro di crescenti diseguaglianze. I prossimi mesi e anni ci daranno le risposte che stiamo cercando sul futuro di Londra. Nel frattempo, rimaniamo attenti a guardare e cercare di capire la situazione.

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