Brigatabianca, “come gli artisti che hanno messo le proprie sfumature accanto alle mie, e come il foglio bianco che le ha raccolte”. Samuel dei Subsonica – la storica band di Torino di cui è frontman dal 1996 – è tornato con un disco solista sì, ma circondato da amici. Rispondono ‘presente’ Colapesce, Willie Peyote, Fulminacci, Ensi e Johnny Marsiglia. Dopo il debutto con Il codice della bellezza (2017), disco ‘in orbita’ sanremese e squisitamente pop, c’è un ritorno “a suoni e tematiche più coerenti con il mio percorso con la band, che per la mia identità rimane una “piacevolissima condanna”, spiega il cantante a FQMagazine.

Tradotto: elettronica da ballare, un po’ di cantautorato e denuncia sociale. Come nel caso di Veramente, scritta “dopo un pomeriggio in barca con una persona che faceva discorsi ambientalisti e poi ha gettato una cicca in mare”. Insomma, Samuel si guarda intorno, oltre la pandemia (Tra un anno) ma pensa anche, con un po’ di nostalgia, al passato. Cocoricò, per esempio, racconta di una notte folle di vent’anni fa trascorsa insieme a Morgan. Va così: i due sono reduci da un concerto a Rimini, decidono di fare mattina insieme in discoteca e, fino al momento del ritorno in hotel, tutto fila come da copione. Ma non appena Samuel entra nella sua camera e poggia la testa sul cuscino, sente bussare dalla finestra: è Morgan che, come dice il testo della canzone, sta saltando “da un balcone all’altro“. Una sorta di parkour da rockstar.

Ma che tipo era, Morgan, vent’anni fa?
Quello che vediamo oggi… però vent’anni fa (ride, ndr). Qualche segno del tempo in meno, come tutti noi, i capelli neri e poco altro di diverso. Era e resta un personaggio incredibile, perché qualsiasi cosa faccia riesce a catturare l’attenzione.

E questo è un talento?
Va oltre il talento: è il Cristiano Ronaldo della musica. Due esempi su tutti: per me rappresenta il miglior giudice di sempre di X Factor, e lo dico considerando le edizioni in tutto il mondo. E poi quello che ha fatto a Sanremo, interrompendo in corsa l’esecuzione di ‘Sincero’, è prova di una personalità straordinaria. Però non è una novità: a volte la lascia trasparire attraverso la musica, altre e in questo periodo soprattutto, come personaggio televisivo. In generale, comunque, è un’anima instabile che ha bisogno di viaggiare ai massimi regimi per sentirsi vivo.

Hai detto che il bianco del titolo è anche il colore di speranza.
La speranza ha un’accezione difficile da decodificare. Tendiamo ad associarla all’esito positivo di un qualche progetto – “speriamo che vada bene” – ma così risulta vana. Durante il percorso di avvicinamento al traguardo può succedere di tutto. Per cui credo che il messaggio di Brigatabianca sia, piuttosto, quello di godersi il percorso, di accogliere in maniera costruttiva ciò che accade nel frattempo. Così, una volta arrivato al termine del tragitto hai già quello che cercavi, perché la felicità l’hai già vissuta, nel viaggio.

In questo senso, credi che la pandemia abbia cambiato il nostro modo di essere?
Basta guardare come la gente si tiene a distanza e come si guarda quando si incrocia per strada: almeno in parte sì, siamo cambiati. Io mi preoccupo per i più piccoli, perché a quell’età si ha particolare bisogno di un rapporto empatico con gli altri. E stare a casa, per i bambini, deve essere complicato. Ma, in generale, è il concetto di distanziamento ad andare contro la natura umana, dalle tribù che ballavano intorno al fuoco la sera, alle discoteche aperte fino a qualche mese fa. Stare insieme e fare festa è una necessità: serve a dimenticare la pesantezza del giorno. Ora abbiamo delle regole ferree da rispettare ma non vedo l’ora che si torni alla vita di prima. A quando, cioè, potevamo compiere dei gesti “umani” senza la paura di prenderci il virus.

Quale futuro, allora?
Io lo dico: sono vent’anni che l’Italia ha smarrito il senso del futuro. Già nei Novanta coi Subsonica partecipavamo a manifestazioni contro i tagli alla cultura e alla sanità. Risultato? Non c’erano letti sufficienti in terapia intensiva.

E il mondo dello spettacolo è stato dimenticato dallo Stato.
Noi e tutti quelli che ci lavorano intorno, perché, per esempio, non è che i palchi si montino da soli. Siamo la categoria più massacrata, nonostante produciamo tantissimo, indotto compreso. E le maestranze, al contrario degli artisti, non hanno i diritti d’autore: se sono fermi, non guadagnano proprio. Forse è colpa anche nostra: mentre tutti gli altri hanno delle associazioni che si occupano di diritti in campo lavorativo, ci siamo fatti un po’ “bastare” la SIAE. Rimbocchiamoci le mani: servono interventi.

Hai idee, suggerimenti?
Da parte mia, posso solo continuare a scrivere musica.

E a fare concerti, come hai fatto la scorsa estate con Golfomistico.
Esatto, mi sono messo a disposizione. Conosco i miei collaboratori da una vita, siamo amici prima che colleghi. E durante il primo lockdown mi sono accorto che, se stavamo fermi, non guadagnavano niente. Era un momento drammatico, per tutti: pur di farli lavorare ho decido di intraprendere un tour. Alla fine è andato bene, anche se abbiamo suonato in situazioni molto diverse da quelle a cui eravamo abituati alla fine abbiamo fatto oltre venti date. Se la prossima estate saranno disponibili gli spazi adeguati, andrò in giro coi Subsonica. Altrimenti, penserò a una cosa solista. In ogni caso, non sarò in vacanza.

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