di Riccardo Mastrorillo

Il Paese in questi due giorni è rimasto sospeso in attesa. Mai come oggi l’attenzione degli italiani è stata rivolta, con apprensione, verso i Palazzi della politica, nell’attesa di capire fino a che punto l’impeto nichilista potesse spingersi, abbiamo visto scontrarsi nelle aule, un tempo calcate da prestigiosi politici, diverse, consentiteci, mediocri visioni di politica.

Ammiccando ai fasti passati della così detta “Prima Repubblica” Matteo Renzi ha provato a creare le condizioni per un logoramento del Governo Conte, con l’obiettivo di promuovere un nuovo ministero, con magari un politico di lungo corso, navigato ed esperto, cresciuto nella scuola politica dell’intramontabile “balena bianca”, cioè la democrazia cristiana. Non sappiamo quanto questo suo disegno avesse una sponda di complicità in qualche settore del Partito democratico, erede, ahinoi!, degli ideali dell’allora Pci e dei metodi, appunto della Democrazia Cristiana.

Nel corso di questa incredibile crisi, in piena pandemia e con la prospettiva di una reale crisi sociale ed economica, la peggiore dal secondo dopo guerra, abbiamo assistito ad un’altra visione, ma forse allucinazione sarebbe più corretto, di due esponenti della peggiore destra mondiale. L’intervento di Matteo Salvini al Senato, ha rappresentato la celebrazione del nulla: una serie di “slogan”, ad effetto, condite con oggettive falsità e non poche ripicche da adolescente frustrato, che difficilmente potranno essere eguagliate in futuro, financo in uno stadio di calcio.

Alla Camera ha svettato, di contro, la totale ignoranza sulle culture politiche da parte dell’onorevole Giorgia Meloni, la quale ha stigmatizzato l’appello europeista di Conte e poi, ad un certo punto, con tono sorpreso, ha detto: “ma soprattutto di centro, socialista e liberale insieme, insieme!”, come se l’accostamento tra liberale e socialista fosse impossibile, del resto i suoi antenati politici avevano, con brutale fermezza, cancellato gli esponenti della cultura “liberalsocialista” mentre per lei e per Salvini, l’unico accostamento coerente al termine “socialista” è evidentemente solo quello di “nazional”.

Certo anche Conte ha commesso i suoi peccati di omissione, dimenticando tra le famiglie politiche europee quella dei Verdi. Dimenticanza immediatamente sanata dalla senatrice De Petris, nel suo intervento appassionato e sofferto, nel quale, peraltro è stata l’unica a difendere e a ricordare i principi e i meccanismi della democrazia parlamentare. Perché, anche su quelli, l’onorevole Meloni ha dimostrato delle lacune gravissime, ripetendo senza sosta la favoletta che Conte non sia stato scelto dagli italiani, ignorando che questo è avvenuto per tutti i suoi predecessori, scelti, come prevede la Costituzione, dal Presidente della Repubblica su indicazione del Parlamento.

Conte alla fine ottiene la fiducia dalle due Camere anche se i numeri, al Senato, sono 5 voti al di sotto della maggioranza assoluta. Al termine di una lunga giornata le agenzie battono questa notizia: “Il Quirinale ha preso atto del voto sul governo Conte. Il Capo dello Stato ha seguito dal suo studio il dibattito e il voto del Senato, come ha fatto ieri per il dibattito e il voto della Camera. E alla fine di una giornata sul filo dei numeri constata l’esito del voto parlamentare. Ieri la Camera ha dato a Conte la fiducia assoluta, oggi palazzo Madama gli ha votato la maggioranza relativa, numeri che sulla carta e dal punto di vista strettamente parlamentare gli permetterebbero di andare avanti. Diverso il discorso politico, perché l’esecutivo non pare avere quel solido sostegno che servirebbe a un governo in questo frangente. Ma questa è appunto una valutazione politica e solo la politica può sciogliere questo nodo. Ora dunque il presidente Mattarella attende di conoscere le valutazioni che faranno il presidente del Consiglio, e con lui la sua maggioranza. Sarà dunque il premier nei prossimi giorni a decidere se e quando salire al Quirinale per riferire l’andamento del voto e le sue valutazioni”.

Il tentativo di Renzi è stato, con fatica, bloccato. Per carità, siamo consapevoli dei limiti e delle difficoltà di questo governo, ma aprire una crisi, con annesse consultazioni, trattative e la sospensione dell’attività del Parlamento, ci era sembrato oggettivamente un salto nel vuoto.

Questo paese è bloccato da mille problemi: arretratezza culturale, burocrazia elefantiaca, cialtroneria dilagante. Finché la politica, magari in questo caso veramente con una larga maggioranza, non si deciderà a mettere mano a riforme non procrastinabili, qualsiasi governo si infrangerà sul muro dell’immobilismo strutturale. Certo sarebbe stato meglio avere un governo più capace, ma, diciamoci la verità, sarebbe più urgente avere un’opposizione all’altezza del momento. Speriamo che, archiviata la giostra renziana, la maggioranza possa veramente imprimere una svolta a questo paese. Restiamo preoccupati, ma almeno abbiamo evitato il baratro.

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