Nessun tedesco colto avrebbe immaginato negli anni Venti del secolo scorso che la Germania si sarebbe piegata al nazismo. Nessun americano orgoglioso del proprio sistema costituzionale avrebbe sognato a Capodanno che il suo “Campidoglio” sarebbe stato preso d’assalto da squadracce di estremisti, che impugnano la bandiera del presidente tuttora in carica. Ma c’è un uomo che da molto tempo ha lanciato l’allarme. In maniera insistente, lucida, ma forse imbarazzante anche per chi gli sta vicino, al punto che si è preferito sorvolare sulle sue precise denunce.

Non è un politologo, non è un diplomatico, non è un dirigente di partito. E’ il figlio di un emigrante italiano in Argentina, risiede a Roma per lavoro. Si chiama Jorge Mario Bergoglio: 23 febbraio 2020, Bari. Il Papa parla ai vescovi cattolici dell’area mediterranea riuniti in conferenza per discutere di migrazioni e accoglienza. Il tema è pastorale ma anche altamente politico. In Europa e altrove sono sorti movimenti e partiti, urlando che bisogna opporsi agli invasori stranieri accusati di voler cancellare l’identità nazionale.

Il virus del Covid-19 si sta diffondendo in Europa e suscita paura. Il pontefice ricorda un altro virus, la peste dell’ideologia fascista anti-liberale che ha contagiato il secolo scorso. “A me fa paura – esclama a braccio – quando ascolto qualche discorso di alcuni leader delle nuove forme di populismo. Mi fa sentire discorsi che seminavano odio nella decade degli anni Trenta del secolo scorso”. Il pontefice dice che la “retorica dello scontro di civiltà serve solo a giustificare la violenza e ad alimentare l’odio. L’inadempienza o, comunque, la debolezza della politica e il settarismo sono cause di radicalismi e terrorismo”.

L’intervento di Francesco non è frutto di improvvisazione. Da anni osserva che sono arrivati sulla scena movimenti politici populisti nello stile e nel linguaggio, intrisi di ideologia ultra-nazionalista, suprematista, razzista. America first, Prima gli italiani, Le radici cristiane dell’Ungheria. Ogni slogan rimanda a raggruppamenti politici la cui ossatura ideologica è costituita da un proclamato attacco alle élite e un sostanziale disprezzo per il sistema costituzionale e le sue regole liberal-democratiche, nonché la denuncia ossessiva di un nemico esterno ed interno, una cultura dell’odio che divide il mondo in “Noi” da una parte e i “Cattivi” dall’altra. Suprematismo e razzismo, pratica della violenza verbale (spesso anche fisica) sono il corollario.

Il trumpismo e l’assalto a Capitol Hill sono racchiusi in questo grumo ideologico. Ma non c’è solo Trump. Papa Francesco invita a indirizzare lo sguardo su quanto bolle in molte nazioni. I discorsi di odio e paura, sottolinea, “mi fanno paura”. Nel 2017, in una intervista al giornale spagnolo El Pais, porta l’esempio di Hitler, arrivato al potere sull’onda di una paura diffusa, promettendo salvezza. “Hitler – spiega – non rubò il potere, fu votato dal suo popolo…. (e poi) distrusse il suo popolo”.

Nel 2018, ad un raduno di giovani, il Papa mette in guardia dai politici che soffiano sul fuoco della divisione, dell’odio, della violenza. Francesco batte e ribatte sullo stesso tasto. Come i profeti dell’Antico Testamento. Nel 2019, parlando ad un congresso di penalisti, evoca nuovamente i discorsi di Adolf Hitler e le persecuzioni contro ebrei, zingari, omosessuali. “Oggi rinascono queste cose”, ammonisce. I capri espiatori possono cambiare, ma il paradigma di una cultura dell’odio e dello scarto è identico.

Ancora nell’aprile 2020 il Papa torna sull’argomento, parlando con il giornalista Austen Ivereigh: “Quando si cominciano a sentire discorsi populisti o decisioni politiche di tipo selettivo non è difficile ricordare i discorsi di Hitler nel 1933, più o meno gli stessi che qualche politico fa oggi”. Contro Trump e il suo progetto di muro invalicabile tra Stati Uniti e Messico il pontefice argentino si era già espresso nel 2016, durante la campagna elettorale dell’allora candidato repubblicano. “Una persona che pensa solo a fare muri e non ponti non è cristiana”, affermò.

Non è un caso che nell’ultimo concistoro Francesco abbia nominato cardinale l’arcivescovo afroamericano di Washington, Wilton Gregory, che aveva duramente criticato il presidente Trump il quale, durante la repressione delle proteste Black Lives Matter (in seguito all’uccisione del nero George Floyd ad opera di un poliziotto bianco che gli teneva il ginocchio sul collo), si era recato al santuario intitolato a Giovanni Paolo II per esibire la sua fede. Una manipolazione “sconcertante e riprovevole… Giovanni Paolo II era un ardente difensore dei diritti umani”, aveva dichiarato immediatamente monsignor Gregory.

L’allarme lanciato da papa Francesco viene da lontano. Se il celebre politologo francese Marc Lazar insiste nel dire che il trumpismo è tutt’altro che finito e che la deriva violenta del populismo è un avvertimento per i regimi liberal-democratici, dal momento che si è incrinato il rapporto di fiducia tra istituzioni e una parte notevole di popolo, il pontefice argentino ne è più che convinto.

Sa che in molte nazioni i fondamentalisti cattolici ed evangelical si sono agganciati ai populisti sovranisti e suprematisti. Ma sa anche che – come nella crisi degli anni Venti in Germania e in Europa – la paura, il disorientamento e lo scivolamento di masse impoverite verso l’estremismo totalitario si contrastano, affrontando la crisi dell’assetto sociale ed economico. Crisi in atto e aggravata dalla peste del Covid. Francesco ha già indicato la strada: una nuova “economia sociale di mercato”, uno sviluppo sostenibile e la fine del degrado ambientale.

Sono riflessioni che attraversano molti ambienti. Fabrizio Barca, animatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, evidenzia che il risorgere dei movimenti populisti anti-democratici si manifesta in presenza della fragilità contemporanea delle democrazia e dell’aumento di enormi disuguaglianze che non sembrano permettere prospettive di riscatto.

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