Nella valanga informativa (informativa?) che ci travolge ogni giorno, ci sono dei topoi, delle espressioni che vengono ripetute da tutti, senza che nessuno le prenda nemmeno in considerazione e, peggio ancora, senza che nessuno ne verifichi criticamente la veridicità. Una di queste è: “l’Italia è un grande Paese”, frase buona per la destra, ma anche per la sinistra e per il centro. Non è poi così vero, l’Italia non è grande né geograficamente, né economicamente e men che meno politicamente. Abbiamo un passato ricco e colto, ma non basta questo per essere un “grande paese”.

In questi giorni più che mai, ma con lunghi precedenti, un altro tormentone risuona indiscusso: quello che vuole l’America come la più grande democrazia del mondo. Uno, si dovrebbe dire “gli Stati Uniti”, non l’America, che è un continente; due, se vogliamo metterla sul piano numerico, è l’India la più grande democrazia del pianeta (quasi quattro volte più popolosa degli Usa). Ma il problema vero è: davvero è una grande democrazia nel senso dei contenuti democratici?

Stiamo parlando di un Paese che è nato sul massacro dei nativi, peraltro celebrato da tanta filmografia hollywoodiana; un Paese che ha condotto guerre inique in molti angoli del mondo (Vietnam, Somalia, Iraq…) per difendere i propri interessi; un Paese che contempla la pena di morte; un Paese che è prosperato sullo sfruttamento degli africani schiavizzati e in cui il razzismo è ancora fortissimo; dove un movimento come il Ku Klux Klan è assolutamente legale; dove due atleti vincitori di medaglie olimpiche vengono squalificati a vita per avere manifestato contro il razzismo; dove la Cia ha contribuito a stabilizzare molte politiche locali di vari Stati, minandone le scelte (basti pensare al Cile di Salvador Allende); dove le lobby dei più ricchi condizionano l’elezione dei presidenti; dove tranne in pochi casi vota una minoranza degli aventi diritto; dove non esiste un sistema sanitario pubblico degno di questo nome; dove le diseguaglianze sono enormi, dove la gente muore di fame (cosa che nel nostro piccolo Paese non accade); dove si può girare armati e il diritto all’autodifesa è un valore… e l’elenco potrebbe continuare.

Certo, non si può negare che gli intenti dei fondatori fossero lodevoli, libertà individuale, diritti uguali per tutti, diritto alla felicità, l’ideale del “melting pot”, ma una democrazia non si misura sugli intenti, e nemmeno dai princìpi, ma dalla pratica. Non basta andare a votare perché ci sia democrazia, bisogna esercitarla quotidianamente, e il razzismo ancora imperante non depone a favore di quella statunitense.

“Right or wrong, my country”, il classico motto Usa, non ha nulla di democratico, anzi, è l’espressione di un nazionalismo (o sovranismo) acritico, che privilegia il luogo di nascita più che le opinioni. Non amo l’antiamericanismo di principio, come non amo nessun anti-qualcosa di principio, gli Usa sono stati molte cose a seconda dei presidenti, e nessuno nega loro la patente di democrazia, ma definirla la più grande, dove quel grande starebbe per migliore, mi sembra un eccesso retorico che viene usato senza ragione. Possiamo dire che è la più antica, ma se parliamo di qualità, molto meglio i Paesi scandinavi o altri Stati europei.

I fatti di questi giorni vengono definiti con toni tragici, ma possiamo paragonarli all’uccisione di John e Robert Kennedy? Di Martin Luther King? Di Malcolm X e di molti altri personaggi pubblici? La democrazia degli Stati Uniti non è stata violata solo con questa irruzione al Campidoglio: lo è stata molte, troppe altre volte e in modo molto più tragico.

Ps. Una democrazia rimpatria in gran fretta i suoi piloti militari che tranciando, per divertirsi, una funivia causano la morte di venti civili in un Paese straniero? Per poi assolverli da ogni accusa.

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