Politica

Gli scivoloni di Gallera, gli strali di De Luca e le gaffe di Zaia: tutte le uscite surreali arrivate dalle Regioni nell’anno del Covid. Il videoblob

La “fase due” è la stagione delle dirette Facebook, presieduta da una diarchia indubbia: Luca Zaia e Vincenzo De Luca che, quanto a presenza nelle agenzie e sui social, sbaragliano i colleghi per manifesta superiorità.
Il presidente veneto, in realtà, vanta una presenza giornaliera coi suoi “punti stampa”, una sorta di one-man show dai tempi estenuanti e dal concept originale.
Qui il politico leghista aggiorna sui dati regionali del contagio, scodella i numeri delle nascite, saluta i giornalisti come si fa coi vecchi compagni di scuola, sponsorizza i prodotti veneti, pubblicizza il gelato locale, esegue in diretta il test fai da te, mostra il tampone rapido, aggiusta i microfoni, inveisce contro gli ellenici per le restrizioni imposte a maggio dalla Grecia ad alcune regioni italiane. Come se non bastasse, rispolvera il miglior repertorio leghista contro gli immigrati africani “giovani e in buona salute”, promette Tso e carcerazione immediata a chi viola l’isolamento, adombra scenari apocalittici per l’aumento dell’Rt (salvo smentire tutto il giorno dopo), manda a memoria il sabato del villaggio, il pio bove, gli irti colli, gli aforismi di Sallustio.

Spesso però si inceppa drammaticamente col congiuntivo o inciampa nella pronuncia del termine “autoctono” oppure, nella foga di apparire erudito letterato, casca con tutti i piedi in epocali gaffe, come quella del 31 marzo, quando recitò con impeto alfieriano una poesia di tal Enacleonte da Gela, “storico del 233 a.C”. Peccato che Enacleonte non sia mai esistito. E’ infatti un personaggio inventato da un informatico di Palermo, Marcello Troisi, che ha volutamente diffuso sui social la sua burla per dimostrare la dabbenaggine e la credulità degli internauti. Presto fatto, esperimento riuscito.

Anche gli scivoloni sul fronte scientifico non sono da meno: non è raro che Zaia, dinanzi a una platea intorpidita dal suo torrenziale soliloquio, rovesci la virologia come se fosse uno stuoino senza mai essere contraddetto. E così gli Rt vengono presentati in percentuale e i canonici “pazienti 0” diventano “pazienti 00” come le farine raffinate.
I corollari “zaiani” sul virus, invece, si sprecano come le caramelle: il coronavirus potrebbe essere artificiale (9 maggio), il virus che circola in Lombardia potrebbe essere una mutazione (4 marzo), il virus “migratorio” è più aggressivo di quello locale (13 luglio).

Altro instancabile oratore e abile tribuno è Vincenzo De Luca, che inaugura la fase due con una concitata scazzottata verbale nel Consiglio Regionale campano e con le sue gragnuole di sberle metaforiche agli “imbecilli normali e imbecilli doppi” e ai “vecchi cinghialoni” che fanno footing senza mascherina.
Pugno duro ovviamente contro la movida: il 22 maggio De Luca lancerà la campagna “cafoneria zero”, mettendo anche in guardia i giovani night-clubber dalla vodka venduta a basso prezzo nei locali, sicuramente “distillata nelle reti fognarie” delle città campane.

Il quadrimestre primaverile-estivo è per De Luca anche il tempo delle rivendicazioni economiche al governo, inevitabilmente condite da crivellate sparse, come quella sui silenzi del ministro dell’Economia Gualtieri dato sarcasticamente per morto, o la denuncia di un “blocco nordista di interessi”.

Ma la fase 2 è anche il tempo di una zuffa longobarda-sannita, tutta a suon di bordate e pernacchie, tra il politico campano e Matteo Salvini, definito da De Luca nell’ordine: “esponente milanese del sovranismo che va in giro per l’Italia per farsi guardare gli occhiali nuovi, color pannolino di bimbo“, “somaro politico che ha ripreso a ragliare”, “cafone”, “equino”, “tre volte somaro”, “somaro geneticamente puro”, uno che fa manifestazioni in violazione delle norme anti-assembramento “insieme alla vispa Teresa” (Giorgia Meloni, ndr), uno che “ha la faccia come il suo fondoschiena, peraltro usurato“, “il Neanderthal”, uno che “aveva una donna stupenda al suo fianco (Elisa Isoardi, ndr) e passava le serate a mandare i tweet sui broccoletti e sul radicchio“.

Capitolo a parte merita l’assessore regionale lombardo al Welfare, Giulio Gallera, che, in tema di strafalcioni, si contende il primato con Zaia. Le sue dirette video, a metà tra una televendita di Sergio Baracco e la parodia di una lezione del maestro Manzi, sono una fucina di perle che resteranno nella storia.
Tutto esplode il 23 maggio, quando il politico milanese dà una spiegazione tutta sgangherata dell’Rt: “0,51 cosa vuol dire? Che per infettare me, bisogna trovare due persone allo stesso momento infette, e non è così semplice trovare due persone allo stesso momento infette per infettare me”.

Un mese dopo, durante una conferenza online organizzata dalla Rcs Academy, nel lodare il connubio privato-pubblico nell’emergenza sanitaria lombarda, sottolinea che “addirittura le cliniche private hanno aperto le loro stanze lussuose a pazienti ordinari trasferiti dagli ospedali pubblici“.
Il 6 luglio, nel corso di un collegamento televisivo, parla di temperatura corporea in termini percentuali (“37,5 % di febbre”).
Il 17 agosto annuncia su Instagram che ha avuto un incidente giocando a paddle e, come un novello Orazio Coclite, esibirà le ferite di guerra postando due autoscatti che lo immortalano con una fasciatura alla testa Puffo-style.

Le sue gaffe proseguiranno anche nei mesi successivi, come quando il 6 dicembre violerà la zona arancione regalando ingenuamente il corpo del reato su Instagram con uno screenshot del GPS e un selfie in tenuta ginnica, per poi addebitare la scivolata al fatto che fosse “soprappensiero”.

Ma riavvolgendo il nastro altre perle memorabili si sono susseguite nel corso della prima ondata: il 25 marzo, con 1643 contagi e 296 decessi in Lombardia, annuncia con gran clamore che Facebook ha omaggiato di “bollino blu” la pagina di Lombardia Notizie che ospita le sue dirette video pomeridiane, premiando così “un nuovo modo di comunicare di fare informazione”.
Sei giorni dopo, farfuglierà una spiegazione poco convincente sull’assembramento avvenuto alla cerimonia di inaugurazione dell’ospedale in Fiera di Milano: “Quando abbiamo tutti la mascherina, anche se ci sono distanze più ravvicinate siamo comunque protetti. Quindi il distanziamento è importante, ma se siamo tutti protetti non è per forza necessario essere a un metro e mezzo“.

I mesi della “fase 3” si susseguono con il ‘libera tutti’ estivo, l’ottimismo dei presidenti regionali di centrodestra spinto fino al parossismo (Giovanni Toti in prima linea), le frasi apodittiche di Salvini sulla fine dell’emergenza, la riapertura delle discoteche che, dopo le scene note di Ferragosto, verranno immediatamente richiuse, i contagi al Billionaire e lo strano caso di “prostatite” di Flavio Briatore.

Il resto è storia: oggi stiamo ancora pagando il prezzo altissimo della seconda ondata, con la sua progressione prima esponenziale e poi lineare di vittime. Ma la speranza del vaccino è ormai diventata una certezza.
Alla fine di questo anno infernale, sarebbe bello che questa realtà si accompagnasse a un’altra grande speranza da concretizzare: quella in una maggiore responsabilità generale. Personale e pubblica.