Dobbiamo riconoscere che, con tutti i suoi limiti, Giuseppe Conte ha gestito in modo accettabile una situazione di estrema difficoltà, come quella dell’Italia afflitta dalla pandemia Covid, dopo che le politiche neoliberali di tutti i governi precedenti, a partire almeno dall’inizio degli anni Novanta (parliamo di un trentennio pericoloso e infausto, quindi) avevano devastato il nostro sistema sociale e sanitario, debilitando in modo esterno gli anticorpi collettivi di fronte al dilagare del pericoloso virus.

Intendiamoci. Ogni azione di governo che si svolga nel nostro Paese è fatalmente soggetta ad una serie di condizionamenti di natura storica e strategica. Il nostro Paese è fortemente subordinato al campo occidentale. La nostra classe imprenditoriale è in linea di massima incapace di significative innovazioni e incline a sfruttare fino all’osso la manodopera allo scopo di alimentare per quanto possibile i propri profitti. Alcune delle scelte fatte in materia di destinazione del Recovery Fund dimostrano la mancanza di una prospettiva sociale ed ambientale. Basti ricordare le nefaste conferme di progetti fallimentari da tutti i punti di vista come il Tav o le trivelle marine.

Perché dunque voler ad ogni costo valorizzare Giuseppe Conte? Probabilmente a causa del fatto che le indegne élites politiche ed economiche del nostro Paese, a cominciare dalla Confindustria e comprendendo i pessimi renziani del quasi estinto partitucolo Italia Viva, per non parlare delle destre antisociali e antinazionali meloniane e salviniane non sono affatto contente di lui e ne caldeggiano ad ogni piè sospinto l’eliminazione, per far posto a un governo, magari di “unità nazionale” più prono ai loro desideri.

In massima parte le critiche rivolte a Conte al suo governo sono in perfetta malafede e nascondono aspirazioni particolaristiche. La malafede, specie da parte delle destre, è dimostrata dal fatto che Conte viene criticato o perché troppo permissivo o perché troppo insensibile alle ragioni dell’economia quando non addirittura alla libertà (di contagiarsi, ammalarsi e perire) dei cittadini. Nel medesimo esercizio si sono distinti anche vari “governatori” e taluni sindaci. E’ evidente come si tratti di fenomeni estremamente deleteri nel momento in cui il Paese deve affrontare una sfida ardua e decisiva come quella in corso. Al tempo stesso tali fenomeni deteriori dimostrano le lacune di fondo di un sistema politico come il nostro, democratico solo in apparenza. In effetti i partiti sempre meno riflettono realmente esigenze sociali e sempre più si riducono a entità autoreferenziali.

Giuseppe Conte presenta come elemento positivo quello di essere esterno, in qualche misura, a questo mondo. Ma il sostegno nei suoi confronti va condizionato all’acquisizione di una completa e convincente prospettiva ambientale e sociale, basata sul rilancio del settore sociale, a partire da salute, educazione e cultura, che le sciagurate politiche neoliberali hanno fortemente ridimensionato. Occorre inoltre un riorientamento della politica estera, in modo tale da renderla funzionale alla promozione della pace e dei diritti umani nel mondo, a partire dall’area mediterranea.

Occorre l’eliminazione di ogni residuo dell’impostazione salviniana nella gestione dei capitoli sensibili di immigrazione ed asilo. Occorre infine una scelta di classe, a favore di chi effettivamente tira avanti la carretta in questo Paese, rendendo definitivi il blocco di sfratti e licenziamenti, superando il precariato, estendendo il salario di cittadinanza e aumentando la quota dei salari a scapito di quella dei profitti e rendendo il fisco conforme alle prescrizioni dell’art. 23 della Costituzione, anche attraverso il varo di un’imposta patrimoniale.

Taluni elementi in questo senso sono presenti, ma solo in modo embrionale, nelle scelte politiche fin qui compiute da questo governo che, in vari settori, dovrebbe invece procedere a notevoli mutamenti di rotta. Sarebbe inoltre necessaria ed urgente una rifondazione democratica e una rigenerazione programmatica dei partiti che lo sostengono (Cinquestelle, Pd, Leu allargata all’ampio tessuto della sinistra politica e sociale che nonostante tutto esiste ancora nel nostro Paese).

Difficile, ma unico modo per superare le attuali difficoltà di manovra e arrivare in condizioni ottimali alle prossime elezioni politiche, senza dover scontare nebulosi e deleteri esperimenti di “unità nazionale” sotto il segno del capitale e magari di Berlusconi e di Verdini, e/o ritorni in auge delle destre oggi più che mai rabbiose e in certa misura disorientate, ma sempre molto pericolose.

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