Con questo scritto vorrei lanciare una specie di appuntamento cadenzato, in cui parlerò dei libri che trattano di musica e di canzone. Chiamerò questo spazio #libridimusica.

Partiamo con quello che ritengo essere il migliore e più importante libro in questo nefasto 2020: Francesco De Gregori, i testi. La storia delle canzoni, a cura di Enrico Deregibus, edito da Giunti e scritto con il supporto proprio di Francesco De Gregori. Racchiude tutti i testi presenti negli album ufficiali, in cui ci siano canzoni cantate dal cantautore romano, rivisti e autorizzati definitivamente da lui.

Com’è nato un libro del genere, di oltre 700 pagine? È lo stesso artista a dircelo durante un’intervista per il Corriere della Sera: “Parte da internet il discorso, perché uno i testi delle canzoni li va a cercare lì e ogni tanto io ci vado a cercare anche i miei, perché non me li ricordo. Vado e trovo degli strafalcioni terribili, testi trascritti malamente, a volte ai limiti del ridicolo. Di fronte a questo io ho pensato di mettere un punto fermo e, visto che sono ancora in grado di emendarli da queste brutture, di farne un’edizione a stampa curata bene. L’innesco del volume nasce da questo”.

Il libro in realtà parte anche da più lontano, da quando cioè nel 2003 Enrico Deregibus pubblicò il suo primo volume su De Gregori per Giunti. Quella era una biografia, che conteneva delle schede in cui il critico musicale commentava ogni singola canzone scritta fino a quel momento. Quelle schede sono state riprese e ampliate e accompagnano oggi questi testi definitivi.

Ci tengo a indicare delle avvertenze ai lettori: non badate all’eccessiva modestia con cui il curatore apre il volume nell’introduzione. I commenti non sono – come lì è scritto – la parte meno importante e meno interessante del libro, perché Deregibus è uno dei migliori conoscitori dell’opera di De Gregori, e le analisi sono svolte con estrema dovizia di documentazione. Non si prende troppo sul serio, questo sì ed è un gran dono, e soprattutto insiste su un concetto preciso (come già faceva nel 2003): la bellezza delle canzoni di De Gregori sta anche nella capacità evocativa, nella voluta e molteplice valenza semantica di certi passi. È una caratteristica che fa dell’oggetto artistico canzone un qualcosa di esclusivo e prezioso: De Gregori è così grande anche perché questa caratteristica l’ha capita meglio di altri, valorizzata e difesa.

Le canzoni di De Gregori però hanno un’altra grande caratteristica: pur non volendolo fare, in maniera indiretta ma inevitabile, sanno raccontare la storia d’Italia, e Deregibus lo sa bene. Ci sono delle chicche che i lettori scopriranno all’interno del libro, in questo senso, come per esempio una versione de I muscoli del capitano, in cui De Gregori fa riferimento anche alla Seconda Guerra mondiale e, audacemente, inserisce il termine “blitzkrieg”.

Il testo finale poi è stato altro, ma sapere la versione intermedia ci aiuta anche a capire meglio quella stessa canzone, come se la vicenda del Titanic si facesse anticipatrice di altre tragedie e dunque descrivesse l’animo umano, incorreggibile. Ecco, una cosa che mi è sempre piaciuta molto nelle canzoni di De Gregori è la responsabilità della scelta, l’etica che sottende i brani e la sua poetica. I brani di De Gregori fanno qualcosa che oggi quelle dei nuovi cantautori fanno sempre meno: non vogliono essere inerti, si prendono delle responsabilità.

Proprio in questo senso, chiudo con una tiratina d’orecchie al mio amico Deregibus. C’è una canzone pubblicata nel 1976 che si intitola Ultimo discorso registrato, che secondo me fa riferimento alla morte del giornalista Mauro De Mauro, rapito nel 1970 e mai più ritrovato, probabilmente perché stava indagando sulla morte di Enrico Mattei. De Mauro si era procurato un nastro con l’ultimo discorso registrato di Mattei, a Gagliano. Se la lettura fosse giusta, L’ultimo discorso registrato partirebbe dall’ipocrisia a cui tutto sembra star bene: i “miti tranquillizzanti” come le canzoni che parlano di temi tutto sommato innocui per modificare il presente. Quando qualcuno prova a cambiare le cose (“sono stufo di stare nella mia trincea di lusso”) lo fanno fuori. In fondo si parla di quattro persone (i suoi rapitori furono tre e si allontanarono in quattro con la macchina del giornalista). Poi “i tre quarti del pubblico cominciarono a fischiare”.

Mi pare che nessuno abbia mai azzardato questa interpretazione, che però ci potrebbe stare con lo stile e la poetica di De Gregori, coinvolgendo e giustificando anche il brano Disastro aereo sul canale di Sicilia, presente nello stesso album e che cita proprio De Mauro (e in cui, almeno nelle modalità, riecheggia la morte di Mattei). La proposi almeno dieci anni fa a Deregibus, il quale però non ne fa menzione in questo libro; se ne sarà evidentemente dimenticato. O forse non ne è convinto.

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