di Claudia De Martino*

Gli ebrei e i musulmani sono per definizione in lotta tra loro, o almeno così abbiamo imparato a percepirli attraverso il conflitto arabo-israeliano. Tuttavia, la storia ricorderà la data del 13 agosto 2020 come uno spartiacque: il momento in cui il mondo arabo sunnita ha deciso di voltare pagina e “normalizzare” le proprie relazioni con il Paese ebraico, tenendo conto della sua vittoria nel conflitto e della sua stabile collocazione nella regione.

Da quel momento in poi, all’Egitto (1978) e alla Giordania (1994) già legati da trattati di pace “fredda” con Israele, si sono aggiunti alcuni Paesi arabi minori del Golfo (Emirati Arabi Uniti e Bahrein) sponsorizzati, però, dalla potente Arabia Saudita, poi persino l’ex stato canaglia del Sudan in cerca di una distensione con gli Stati Uniti, e infine anche il Marocco, Paese arabo di una cerchia più esterna e mai intervenuto militarmente nel conflitto proprio grazie alla contrarietà della monarchia all’arruolamento di volontari marocchini nell’esercito di liberazione della Palestina.

La decisione del Re Mohammed VI ha, però, colto di sorpresa l’opinione pubblica, perché il Marocco non si è limitato all’avvio di relazioni diplomatiche e al lancio di nuove rotte commerciali, ma ha toccato la sfera culturale e identitaria legata alla formulazione dei programmi scolastici, generalmente un tabù nelle relazioni arabo-ebraiche.

Onore, dunque, al sovrano Mohammed VI per aver sfidato una “linea rossa” invisibile che divideva artificialmente arabi ed ebrei occultando la loro plurisecolare convivenza pacifica in terra d’Islam e la loro attuale coesistenza in alcuni Paesi musulmani, come la Repubblica islamica d’Iran, che distingue tra sionisti ed ebrei senza pregiudizio per quest’ultimi; la Tunisia, dove i pellegrinaggi alla sinagoga di Djerba non si sono mai interrotti; la Turchia, dove sopravvive una piccola comunità ebraica estremamente dinamica.

Il Marocco è il primo Paese arabo-berbero a tracciare questa nuova strada, essendo la monarchia alawita associata al tradizionale ruolo di “Comandante dei credenti”, ivi inclusi i sudditi di altre fedi: un ruolo di protezione effettivamente esercitato dal re Mohammed V durante la Seconda guerra mondiale nella ferma opposizione all’introduzione della legislazione antisemita da parte del Protettorato francese, ritenuta estranea allo spirito del Regno.

Tuttavia, il Marocco di oggi guarda anche più pragmaticamente al rilancio delle relazioni con Israele, essendo il Regno alla ricerca di una nuova collocazione geopolitica tra Europa e mondo arabo all’insegna della promozione di un’identità nazionale moderna improntata ad un “Islam aperto e tollerante” (in netto antagonismo con le tendenze salafite del Golfo), alla rivoluzione “green” e all’apertura ai grandi traffici internazionali sulla rotta della nuova “Via della Seta” con i suoi investimenti nel porto di Tangeri.

Non stupisce, dunque, che in anni insospettabili, e prima ancora che parlare di Israele fosse considerato accettabile all’interno della Lega Araba, il Marocco aveva già creato nel 1993 una Fondazione per il patrimonio culturale giudeo-marocchino e un Museo del giudaismo marocchino a Casablanca (1997) e finanziato la ricostruzione del quartiere ebraico di Essaouira con la sua sinagoga centrale (la Bayt Dakira).

Al pragmatismo di Rabat si mescolano certamente ragioni storiche più profonde: fino al 1954 il Marocco fu patria di 250.000 ebrei sia di origine locale – concentrati sulle montagne dell’Atlas e di lingua berbera – che sefardita (ovvero emigrati dalla Spagna post 1492), presenti nelle città costiere e di lingua giudeo-ispanica e/o araba, che costituivano la classe sociale più alta e cosmopolita, arrivando ad essere impiegati come ambasciatori e consiglieri dei sultani.

Tuttavia, oggi di ebrei nel Paese ne rimangono a stento 3000, esclusi gli israeliani di origine marocchina che discretamente fanno già la spola tra Tel Aviv e Casablanca per viaggi, lavoro o affari: degli oltre 250.000 originari, pari al 10% dell’allora popolazione marocchina, la quasi totalità emigrò in Israele dopo il raggiungimento dell’indipendenza (1956), in parte per paura di possibili persecuzioni antiebraiche legate al montare dei partiti nazionalisti arabi (Hizb al-Istiqlal) dell’epoca, in parte soggiogata dalla propaganda sionista e dalla sua capillare macchina di emigrazione clandestina (il Mossad le-‘Aliyah Bet).

Nonostante il Re Mohammed V si fosse opposto con ogni mezzo all’emigrazione dei suoi sudditi ebrei rassicurandoli sulle loro prospettive di vita in un Marocco indipendente e arrivando a proibirne l’emigrazione per legge nel 1957, la quasi totalità degli ebrei del Paese prese la via di Israele senza fare più ritorno, lasciando un enorme vuoto culturale dietro di sé. Oggi il nipote di quello stesso Re, Mohammed VI, vede forse nel ritorno di quegli ebrei anche la possibilità di rimarginare quella ferita storica, ritraendo il suo Paese come una patria amorevole che non ha mai cessato di pensare che la convivenza fosse possibile, seppur all’interno di regole e costumi tradizionali.

Non occorre, però, cadere nell’errore di romanticizzare eccessivamente questo passaggio, come ha fatto martedì Gubermann, direttore esecutivo dell’American Sephardic Federation ai microfoni di Radio 24 in una puntata dedicata all’introduzione della cultura ebraica nelle scuole del Regno: l’obiettivo dichiarato sarà anche lottare contro estremismo islamico, antisemitismo e negazionismo, ma la finalità ultima del Regno rimane quella di capitalizzare sul processo di normalizzazione di Trump, assicurandosi i benefici che Usa e Europa vorranno elargire ai Paesi più volenterosi in questo senso.

*ricercatrice ed esperta di questioni mediorientali

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