Con amara ironia è comparso dall’account Twitter di Free from religion questo commento, a pochi giorni da un anniversario che non passa inosservato nel mondo musulmano: “Allah mette al bando l’alcool ma non la schiavitù: evidentemente ha le sue priorità”.

La schiavitù alla quale si allude è quella delle donne in Arabia Saudita, il più grande e potente Stato arabo dell’Asia occidentale per superficie, il secondo più grande del mondo arabo governato, da sempre, secondo i dettami della monarchia islamica fedele alla sharia, il che si traduce, per la popolazione femminile, in una enorme prigione a cielo aperto.

Le pressioni internazionali, per la verità, non molto forti nei decenni a causa dell’ovvia predominanza del fattore ‘petrolio’, ma sulla questione dei diritti universali delle donne hanno comunque fatto sì che, il 12 dicembre del 2015, dopo la promulgazione con editto nel 2011, le donne potessero accedere al voto per la prima volta in assoluto nella storia del paese.

In quella data in Arabia Saudita si sono tenute le elezioni municipali nelle quali le donne hanno potuto esercitare il diritto di voto attivo e passivo, quindi votare e essere votate. Ma attenzione: in un paese nel quale le donne possono, solo dal 2018, guidare l’auto (ma non in tutte le occasioni e solo con il permesso di un uomo della famiglia), e dove comunque devono essere sempre accompagnate in ogni luogo, fuori dalle mura domestiche, da un maschio, gli ostacoli all’esercizio per noi di un diritto basilare come quello del voto sono enormi, e condiscono di surreale l’acclamazione con la quale, cinque anni fa, fu salutato l’evento.

Di certo quella che fu definita una ’apertura’ da parte del sovrano saudita Re Salman rappresenta una novità e uno strappo al rigore claustrofobico e segregazionista nel quale sono consegnate le donne, in un presente contemporaneo che rende realtà ciò che aveva ipotizzato nel 1985 Margaret Atwood nel suo Il racconto dell’ancella e, nel 2019, Christina Dalcher nel suo Vox.

Nella pratica vanno tenuti in conto diversi fattori che invalidano l’enunciazione di principio dell’apertura di cinque anni fa, e la rendono una mossa propagandistica: da una parte le uniche elezioni previste, quelle municipali, sono ogni dieci anni, e dall’editto del 2011 i quattro anni intercorsi hanno reso assai difficile, data la reclusione per il genere femminile, la preparazione all’evento in termini di candidature.

Poi, visto che per votare è necessario essere accompagnate al seggio, è bastata l’indisponibilità dei maschi della famiglia per rendere impossibile esercitare il nuovo diritto.

Ci sono poi questioni tecniche, come il fatto che il documento necessario da presentare al seggio non è scontato per le donne, visto che anche per questo serve il benestare dei famigliari di sesso maschile. Insomma questo voto, così declamato come una possibilità democratica, è stato una corsa a ostacoli piena di incognite, fatica e pericoli per le donne. I numeri di cinque anni fa ci dicono questo: le iscritte (teoriche) al voto furono 136.000, vale a dire meno del 10% dell’intero corpo elettorale, con una quota di circa 900 candidate su 7000 aspiranti alla carica di sindache e consigliere comunali.

Il sito del Women living under muslims laws (Wluml) ha raccontato delle prime due donne che si registrarono agli uffici per votare: i loro nomi sono Safinaz Abu al-Shamat e Jamal al-Saadi, che il giorno delle elezioni avrebbero partecipato alla votazione in centri elettorali separati per uomini e donne. Meno dell’1% delle donne sono state elette in questa prima tornata, ovvero 13. A fianco delle retoriche felicitazioni le voci critiche sottolineano che la capacità delle donne di votare e candidarsi alle elezioni non avrà importanza a meno che le istituzioni politiche del paese non vengano riviste.

“I diritti delle donne rimarranno sfuggenti nella migliore delle ipotesi, finché la discriminazione nei loro confronti sarà istituzionalizzata e severamente rafforzata dalle agenzie dello Stato”, hanno più volte detto le attiviste per i diritti delle donne.

Lidia Menapace, scomparsa il 7 dicembre scorso, raccontava le sue discussioni con i maschi del partito comunista durante la Resistenza: il tema era appunto il diritto di voto, che sarebbe arrivato in Italia solo nel 1945. “Ve lo daremo il voto”, dicevano i compagni. “Ma cosa significa, – rispondeva Lidia – siete voi ad averlo? Il voto è un diritto umano universale, non qualcosa che gli uomini danno con magnanimità alle donne”. Eppure sembra che sia ancora così.

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