“La mancata attivazione del Mose alla quota prevista di 110 centimetri sul medio mare si potrebbe configurare anche come danno erariale, come ad esempio nel caso di previsioni meteo di 125 centimetri che poi potrebbero divenire maree dell’ordine dei 150/160 centimetri. Non impossibile, come si è verificato nella sera del 12 novembre 2019, quando da una previsione di marea di 145 centimetri si è verificata la seconda acqua alta di sempre con livello raggiunto di 187 centimetri”. Alla fine di settembre, il viceprocuratore alle Opere pubbliche del Triveneto, l’ingegnere Francesco Sorrentino, aveva allegato un parere di otto pagine, con considerazioni negative sulla decisione di alzare il Mose, seppure in fase sperimentale, soltanto al livello 130 centimetri sul medio mare. Gli avessero dato ascolto, non si sarebbe registrato il martedì dell’Immacolata da incubo, 138 centimetri a Venezia e 146 Chioggia, che ha sommerso entrambe le città.

Quel parere, di cui ilfattoquotidiano.it ha preso visione, è allegato al verbale della seduta del Comitato tecnico ed amministrativo che il 30 settembre ha preso la decisione all’origine di quanto accaduto l’8 dicembre. Al tavolo, oltre ai responsabili della Capitaneria di Porto e dell’Autorità portuale, c’erano il commissario straordinario per il Mose, Elisabetta Spitz, e il provveditore alle opere pubbliche Cinzia Zincone, che adesso – in quanto soggetti decisori – hanno applicato il protocollo. L’ingegnere Sorrentino (che non rilascia dichiarazioni, ndr) non voleva fare il giamburrasca della situazione, ma sostenere una tesi che affonda nella storia del Mose. Ovvero che il livello di 110 centimetri per alzare il Mose è stato fissato vent’anni fa dal Comitatone interministeriale – dopo lunghi studi – e solo quell’autorità avrebbe potuto imporre termini diversi. Inoltre, se l’opera è ancora in fase sperimentale, perché si è deciso di utilizzarla solo in condizioni di maggiore stress, con maree più alte, e non al livello inferiore, meno critico?”.

Dalla legge di Salvaguardia di Venezia e della sua laguna nacque il Comitato, l’autorità interministeriale cui erano demandati “l’indirizzo, il coordinamento ed il controllo per l’attuazione degli interventi previsti”. In quegli anni si decise l’innalzamento di rive e pavimentazioni di 110 centimetri, la stessa misura che ricorre oggi nei progetti per proteggere l’insula di Piazza San Marco. Nella storia di ieri l’ingegner Sorrentino ha trovato le prove che il Comitatone (con le sue articolazioni tecniche) aveva fissato (8 marzo 1999, 12 luglio 2000 e 6 dicembre 2001), la quota di marea a 110 centimetri per far funzionare il Mose. Adesso, invece, il tavolo tecnico ha deciso che “fino al 31 dicembre 2021, non sarà ancora possibile difendere la laguna per tutti gli eventi superiori a quota 110 centimetri come stabilito dal Comitato Interministeriale, perché non tutto è ancora a regime, collaudato e verificato, nonché per poter adeguare con gradualità la gestione del traffico marittimo”. Oltre a una questione tecnica, quindi, c’è anche una ragione legata all’esigenza di non chiudere troppo a lungo le bocche di porto, fermando il traffico delle navi.

Il documento della cabina di regia precisa che se le condizioni meteo peggiorano, si può valutare l’alzata del Mose fino a 9 ore prima dell’evento di marea, dopo non c’è più tempo e ci si deve rassegnare. La decisione di non alzare con marea più bassa di 130 centimetri, secondo l’ingegnere, “non rientra nelle competenze né del Provveditorato e neppure del Commissario Sbloccacantieri, essendo un’esclusiva competenza del Comitatone”. La deroga, quindi, non sarebbe legittima. Il viceprovveditore rincarava: “Proprio perché l’opera non è ancora ultimata, sarebbe stato necessario testare le aperture delle quattro barriere in condizioni non estreme, magari anche con previsione di marea inferiore a quota 110 centimetri, fermo restando l’obbligo, anche morale, di aprire ogni qual volta fossero previste maree pari o superiore a 110 centimetri”. Il suo voto contrario era motivato anche dal rischio per la pubblica incolumità a cui si espone la popolazione se il Mose non viene attivato. “Purtroppo nel novembre 2019 ciò è avvenuto nell’abitato di Pellestrina, quando una persona è deceduta a causa di un corto circuito elettrico presso la propria abitazione allagata dall’acqua alta”.

Su questi temi, ad agosto, la senatrice Orietta Vanin del Movimento 5 Stelle aveva presentato un’interrogazione. E martedì ha dichiarato: “Lo avevamo previsto, ma il ministro non ci ha mai risposto. Noi chiedevamo chi, come e perché. Chi decide quando alzare le paratoie? In base a che cosa? Rispondendo a quali protocolli? Perché se il Mose è stato progettato per essere alzato con maree a 110 centimetri la Commissaria straordinaria decide arbitrariamente di farlo entrare in funzione con misure di maree diverse, completamente arbitrarie e contestabili?”

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