La violenza sulle donne è argomento del quale ormai finalmente, da qualche anno, ci si occupa dandogli il legittimo spazio, ma la quantità di tempo dedicato a questo fenomeno non deve prescindere dalla qualità di come lo si fa: il linguaggio che utilizziamo può essere di aiuto o di ostacolo e le parole è indubbio che siamo sempre noi a sceglierle.

Un’espressione, attualmente particolarmente in voga, da cui però voglio prendere le distanze, sebbene ne capisca le motivazioni e le argomentazioni a sostegno e le sincere intenzioni di evidenziare delle criticità di un certo modo di comportarsi da uomini, è quella di “mascolinità tossica“. Associare al maschile la parola “tossicità” riesce solo nell’intento di allontanare gli uomini dal problema, non riconoscerlo o fargli attaccare il femminile – in quanto si sentono marchiati ed etichettati.

Certo, mi si dirà, non si vuol certo dire che tutto il maschile è tossico, ma se si usa un termine omnicomprensivo di una categoria (e mascolinità lo è) e lo si associa ad un aggettivo, nella mente di molti quell’aggettivo sarà rappresentativo di tutta la categoria, quantomeno a livello simbolico e concettuale. Molte donne credo sappiano bene di cosa parlo perché lo hanno vissuto solo per il fatto di essere nate donne.

La violenza sulle donne è un problema degli uomini, ma considerare il maschile tossico è un problema sia degli uomini che delle donne. Ritengo problematico un certo tipo di maschile all’interno delle relazioni, rigido, intollerante, refrattario al cambiamento, aggressivo, ma voler cambiare quel maschile ed accusarlo di tossicità la vedo una operazione destinata al fallimento, buona sola a tener contento chiunque voglia approcciarsi al fenomeno in modo accusatorio e toccare solo la superficie.

Se vogliamo includere il maschile all’interno del cambiamento dei ruoli e di nuovi equilibri nelle relazioni uomo-donna, dobbiamo sì evidenziarne i limiti imposti da secoli di culturale patriarcale, ma il linguaggio deve essere comune, non creare contrapposizione, altrimenti per ogni uomo che riusciamo a mettere in discussione e a sensibilizzare altri dieci non faranno mai proprio il problema di un maschile diverso.

Quando lavoro con gli uomini autori di violenza, se da me passasse il messaggio che il loro maschile fosse tossico, sono certo che metà di loro andrebbe via, mentre all’altra metà non so quanto gioverebbero senso di colpa e autoflagellazione linguistica. In conversazioni private con amici uomini non sensibilizzati al fenomeno, otterrei più muro che comprensione: con il risultato che una eventuale partecipazione a sentirlo come un proprio problema rimane un miraggio.

La violenza sulle donne oggi gode di un’attenzione enorme: questo implica responsabilità nei toni e nelle modalità. La giustezza degli argomenti non è un lasciapassare per utilizzare modalità svilenti o riduttive di un maschile che può, sa essere e probabilmente vuole essere migliore.

Nascono, in rete e non solo, sempre maggiori proteste e movimenti di uomini che si ribellano a questa tossicità a loro affibbiata, con la conseguenza che arrivano a negare la violenza sulle donne o addirittura a pensare che i ruoli siano invertiti: oggi sono gli uomini le vere vittime e le donne le vere carnefici. Ed è proprio con loro che dovremmo provare a parlare, non con chi già ci ascolta, ma con chi ha le sue motivazioni per non farlo e abbattere quelle motivazioni solo con la forza del dialogo e del buonsenso. Rabbia genera rabbia e violenza, che è deprecabile in qualsiasi forma si esprima e verso chiunque sia rivolta.

Parlare di tossicità in un clima che vogliamo sicuramente di serrato confronto, ma non svalutante per nessuno, lo avvelena e fa sì che a parlare di violenza sulle donne siano ancora solo le donne, con qualche uomo in più di ieri; ma non basta, lo sappiamo.

Quante volte si è chiesto agli uomini di prendere posizione contro la violenza sulle donne con qualche campagna di sensibilizzazione in cui si chiedeva loro di prendere le distanze dal fenomeno condannandolo o mostrandosi/sentendosi migliori solo perché loro dichiarano pubblicamente di non agire violenza sulle loro compagne (anche se i numeri e l’esperienza ci dicono che molti di quegli uomini possono benissimo aver avuto dei comportamenti violenti privatamente)?

A mio avviso è come chiedere agli uomini di farsi carico del problema e di non farsene carico allo stesso tempo, un messaggio contraddittorio che serve a creare solo delle fazioni tra la maggior parte degli uomini. Ad essere tossico non è nessun uomo, ma solo la violenza in sé.

La questione della responsabilità maschile in merito alla violenza di genere deve passare attraverso la responsabilizzazione del linguaggio che utilizziamo nei confronti del maschile stesso: non esiste alcuna mascolinità tossica, se non nella misura in cui serva a noi ad allontanare gli stessi uomini per accusarli, subito dopo, di essersene allontanati.

Photo credits: Pietro Vanessi

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