C’è un convitato di pietra, nell’assurdo dibattito sulla chiusura delle piste da sci per l’emergenza sanitaria, e si chiama semplicemente neve. Ora, che in un mondo dove complessivamente le riserve d’acqua dolce sono diminuite del 20 per cento negli ultimi vent’anni e la crisi idrica mette a rischio ormai un miliardo e 300 milioni di persone (dati dell’ultimo rapporto Sofa-Fao, novembre 2020), c’è uno spicchio d’Occidente ricco – valutato nell’1 o il 2 per cento degli europei, per stare vicini a noi – che se ne frega e vuole sciare a tutti i costi, anche se di neve dal cielo non ne cade quasi più.

Basta scorrere il calendario delle gare di sci per vedere che a dicembre il primo slalom è quello degli organizzatori alla ricerca della località dove si possono far piantare i paletti per gli atleti: ultima in ordine di tempo la notizia che la val d’Isère francese ha dato forfait per lo scarso innevamento, e che le gare sono state dirottate sulla pista Compagnoni a Santa Caterina Valfurva, dove, pur in un panorama desolatamente arido che le webcam certificano ora dopo ora, almeno si vedono in giro qualche centimetro di bianco caduto dal cielo e molti altri ‘sparati’ dai cannoni dell’innevamento artificiale.

Ne abbiamo sentite e lette di tutti i colori, in questi giorni concitati che precedono il nuovo dpcm natalizio, per esempio che lo sci con i dovuti protocolli sanitari è ininfluente sulla pandemia, nonostante tutto quello che si è registrato durante la prima ondata. Soprattutto, dicono i sostenitori dello sci, la mancata apertura dicembrina delle località turistiche alpine comporterebbe un danno economico di 20 miliardi di euro.

La cifra, che corrisponde quasi all’1% del Pil italiano, è stata sparata in un comunicato congiunto delle Regioni e delle provincie autonome dell’arco alpino, dal Friuli alla Val d’Aosta, passando per Trentino-Alto Adige, Veneto, Lombardia e Piemonte: il che, tra parentesi, in termini politici, significa un blocco a prevalente colorazione leghista, in cui certo spiccano alcune Regioni che proprio virtuose nella gestione della pandemia non si sono mostrate e che sono tuttora alle prese con gravi emergenze sanitarie.

Venti miliardi di danno, e non si sa bene come siano stati calcolati, perché “chiudere durante le festività natalizie significherebbe pregiudicare irrimediabilmente l’intera stagione”, dicono gli amministratori locali, che reclamano all’unisono ristori immediati di proporzioni francamente impensabili, rispetto ai 450 milioni di euro messi sul tavolo dal ministro Boccia.

Sulla bontà delle cifre è meglio non perdere tempo: immaginate le tabelline dei conti che usano certi personaggi, come l’ineffabile governatore trentino Maurizio Fugatti, che ha messo in letargo momentaneamente l’ossessione della caccia agli orsi per dedicarsi alla magica soluzione della crisi pandemica. Magica perché in dieci giorni, 15-25 novembre, i positivi della sua provincia autonoma sono calati da quasi 3100 a 2461 unità: peccato che il solo Comune di Trento, con il sistema diffuso dei tamponi antigenici, registri ufficialmente 2500 positivi.

In Alto Adige, dove perlomeno sembrano più seri e non fanno finta di non avere a che fare con una situazione drammatica, hanno mappato l’intera popolazione e scoperto quasi un 1% di portatori sani; guarda caso, in diversi comprensori che normalmente aprono ai primi di dicembre, hanno deciso di non cominciare nemmeno a sparare la neve, che è la vera condizione indispensabile, da qualche anno ormai, per preparare le piste a inizio stagione e spesso anche per mantenerle fino a primavera.

Il tema del consumo idrico per l’innevamento artificiale, per non parlare dei disastri ecologici connessi ai bacini artificiali e alla rete d’alimentazione dei cannoni sparaneve, dovrebbe essere di per sé l’argomento dirimente la questione dell’apertura degli impianti: senza una considerevole quantità di precipitazioni nevose, non si dovrebbe naturalmente poter sciare, ma sembra che nessuno voglia ricordarsene.

Se la pandemia fosse capitata tra vent’anni, quando i ricercatori calcolano che nelle regioni alpine si farà durissima la lotta d’interessi per la risorsa idrica tra l’agricoltura e il turismo, non ci sarebbe stata nemmeno discussione. Ora, è vero che siamo al culmine dell’Antropocene, l’epoca triste in cui l’uomo saccheggia il pianeta oltre ogni limite, ma continuare a parlare di sci come se fosse un’attività ecologicamente compatibile e sana è, di per sé, Covid o meno, una vera e propria follia negazionista.

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