I quasi 300mila lavoratori a termine lasciati a casa durante l’emergenza Covid. Le centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso reddito e sono finite in povertà. Le piccole imprese e i 5 milioni di lavoratori autonomi indennizzati solo in piccola parte per le perdite subite con il primo lockdown e con le nuove restrizioni. È la lista minima delle categorie più danneggiate dalla pandemia e meno “ristorate”, per usare il termine che tiene banco nel dibattito politico sulla necessità di risarcire le fasce non garantite. Da mesi i leader del centrodestra insistono su questo punto. Matteo Salvini ripete spesso che bisogna mettere “soldi veri” nelle tasche degli italiani. “Ci vuole un bonus da mille euro per i precari, per chi non ha ottenuto nulla, per chi è rimasto dimenticato“, è l’ultima richiesta del segretario della Lega. Che rilancia una proposta dell’alleata Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia non parla di tasche ma direttamente di conti correnti: “Servono mille euro sul conto di chi ne faccia richiesta con semplice autocertificazione, perché non possiamo permetterci di perdere settimane per dare agli italiani soldi che servono a sopravvivere”, dice dall’inizio dell’emergenza. Domenica è poi arrivata la lettera di Silvio Berlusconi al Corriere della Sera in favore dei lavoratori autonomi, maggiormente colpiti dall’emergenza rispetto a quelli “già garantiti“, e cioè – secondo Arcore – i dipendenti e gli statali. “Quello che chiediamo al governo e alla maggioranza è di sanare questa disparità: è una delle condizioni per votare insieme i prossimi scostamenti di bilancio”, scrive il capo di Forza Italia.

La parola tabù – Per aiutare “chi è rimasto dimenticato” – per usare le parole di Salvini – sarà infatti inevitabile aumentare ancora un deficit già gonfiato di 100 miliardi. Ma non solo. All’apice di una crisi che accentua le disuguaglianze sociali, che colpisce maggiormente chi aveva meno anche prima del Covid, potrebbe essere arrivato il momento di fare un passetto in più. Quale? Chiedere ai super ricchi un mini contributo. Attenzione: non stiamo parlando di facoltosi e benestanti della fascia medio-alta, ma dei circa tremila italiani con patrimoni superiori ai 50 milioni di euro, e dei quaranta che invece sfondano il muro del miliardo. A loro andrebbe chiesto un versamento tra il 2 e il 3%, come quello ipotizzato dal fattoquotidiano.it sulla falsariga della proposta degli economisti americani Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez. Mettiamo subito le mani avanti: non si tratta di una patrimoniale, parola tabù capace di mettere in imbarazzo politici di ogni colore, costretti a scusarsi ogni volta che pronunciano per sbaglio quel termine. L’ultimo è stato Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia. “Patrimoniale? Va evitata assolutamente ma siamo in grado di evitarla nella misura in cui siamo in condizione di favorire il risparmio ed evitare che resti bloccato ma diventi un pezzo importante degli investimenti”,ha detto presentando il rapporto Censis-Associazione italiana private banking. Qualcuno si è chiesto: vuol dire che se il risparmio dovesse rimanere bloccato, ci vorrà una patrimoniale? “Lo escludo categoricamente“, ha dovuto puntualizzare subito l’esponente del Pd. Infortuni simili sono capitati, negli ultimi mesi, al ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, al segretario dei dem, Nicola Zingaretti, persino a Matteo Salvini, che pur di evitare il Mes si era detto pronto a “chiedere i soldi direttamente ai risparmiatori italiani”.

Il contributo dei super ricchi – Per questo motivo è il caso di mettere al bando la parola “patrimoniale”. E specificare che qui si parla di uno strumento redistributivo pensato per sanare una disparità sempre maggiore, accentuata dalla pandemia e che diventa intollerabile in un periodo emergenziale come questo. Quale? Non quella tra autonomi e dipendenti citata da Berlusconi, ma la più evidente delle disuguaglianze: quella tra super ricchi e persone normali. Con il Covid i patrimoni dei primi sono cresciuti, quelli dei secondi sono scomparsi. A questo giro, insomma, non si tratta di mettere “le mani in tasca agli italiani“, ma solo di chiedere un contributo ai conti miliardari dei circa tremila Paperoni nostrani, per aiutare alcuni milioni di Paperini meno fortunati. Un’operazione di giustizia e solidarietà in tempi eccezionali, forse irripetibili, che produrrebbe dieci miliardi di gettito senza “perdere settimane”, come dice la Meloni, creando un tesoretto di “soldi veri”, come invece auspica Salvini.

Interventi anti povertà con meno paletti – Ovviamente questi dieci miliardi non risolvono tutti i problemi, ma aiuterebbero ad affrontarne alcuni. L’intervento più immediato e più efficace, con quella cifra, potrebbe essere mirato alle situazioni di vecchia e nuova povertà: una vera emergenza, come hanno avvertito le associazioni che aiutano chi non ce la fa. E la conferma arriva dai dati sui beneficiari del reddito di cittadinanza che (al netto della sospensione di un mese iniziata a ottobre per chi lo riceveva già da 18 mesi) sono saliti a 3 milioni, il 25% in più rispetto a prima del Covid. Perché il blocco dei licenziamenti non ha “salvato” i precari con contratti in scadenza e chi lavorava in nero. L’anno prossimo il sussidio costerà 7,5 miliardi, ma i paletti troppo stretti lasciano fuori oltre 1 milione di cittadini stranieri e penalizzano le famiglie numerose e i residenti al Nord. Idem per il reddito di emergenza: pensato per raggiungere chi non ha altri aiuti, ha raggiunto solo 700mila persone a fronte dei 3 milioni che secondo la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo ne avrebbero avuto bisogno. Con 10 miliardi si potrebbe potenziare il primo, allargare il secondo – per garantire 800 euro a 3 milioni di persone servono 2,4 miliardi – e rafforzare i servizi sociali dei Comuni, come chiede da mesi l‘Alleanza contro la povertà.

Due mensilità di bonus 1000 euro – Quanto agli autonomi a partita Iva, le tornate di bonus 600 euro erogate a quasi tutti per marzo e aprile – quello da 1000 euro di maggio prevedeva requisiti stringenti e moltissimi sono rimasti esclusi – hanno richiesto stanziamenti totali di 6 miliardi. Con 10 miliardi si possono finanziare altre due mensilità di indennità da 1000 euro ciascuna per 5 milioni di beneficiari o un contributo più corposo per una platea più ristretta, da individuare sulla base della riduzione del reddito nell’intero primo semestre. O ancora: raccogliendo la proposta Acta, l’associazione che riunisce i freelance, si potrebbe concedere il bonus a tutti salvo obbligando alla restituzione chi a fine anno non registri una perdita di fatturato di almeno un terzo rispetto a quello del 2019.

Ristoro del 60% dei ricavi persi a novembre – La stessa cifra potrebbe in alternativa essere messa sul piatto per finanziare nuovi contributi a fondo perduto per chi ha registrato cali di fatturato in seguito alle misure anti contagio. Il decreto Rilancio aveva previsto per quella partita poco più 6 miliardi, con cui è stato compensato tra il 10 e il 20% delle perdite subite in aprile da 2,3 milioni di attività con fatturato sotto i 5 milioni. I tre decreti Ristori approvati finora ne stanziano altrettanti, aumentando la percentuale di compensazione ed eliminando il tetto di fatturato ma restringendo il campo agli esercizi chiusi e a quelli maggiormente danneggiati dagli ultimi Dpcm, individuati sulla base dei codici Ateco. Scelte che scontentano chi è rimasto fuori e non soddisfano chi è dentro, perché la cifra arriva al massimo al 40% dei mancati ricavi di un mese. In Germania, per fare un confronto, l’indennizzo è pari al 75% del fatturato mensile ante pandemia. Stando a stime dell’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria e del suo ex consigliere Pasquale Lucio Scandizzo, riportate sul Sole 24 Ore, la perdita di valore aggiunto nell’ultimo trimestre dell’anno varierà tra un minimo di 40 e un massimo di 68 miliardi: 10 miliardi potrebbero quindi bastare per rimborsare a imprese e autonomi quasi il 60% del reddito perso a novembre. In questo modo, dunque, del contributo chiesto ai super ricchi potrebbero giovare anche i lavoratori meno garantiti per i quali ha deciso di impegnarsi Berlusconi. Bisogna capire se il leader di Forza Italia ha davvero a cuore i milioni di Paperini meno fortunati, come sostiene nella sua lettera al Corriere. O se invece preferisce la categoria dei tremila Paperoni, alla quale del resto appartiene.

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