In questi giorni, a parte il tempo che dedico alla mia professione di medico, resto molto in casa. Ho letto un bellissimo libro che raccoglie fotografie di manicomi abbandonati intervallate con un testo scritto già pronto, a mio avviso, per trarne una pièce teatrale.
Il libro, Lacrime di Polvere, è scritto-fotografato a tre mani da Roberto e Riccardo Marchesi e da Giancarlo Maria Conti per Prospero Editore.
“Centocinquanta scatti arricchiti da dialoghi teatrali raccontano uno spaccato dell’universo dell’istituzione manicomiale in Italia. Gli Istituti Psichiatrici fanno parte della nostra storia. Storia che spesso viene sottratta alla memoria di chi non ne è stato testimone. La fotografia riporta alla luce spazi ormai dimenticati. Fra quelle pareti si percepisce ancora prepotentemente la presenza umana: lì si sognava, si soffriva, si amava, si lotta e, soprattutto si sperava. I muri, gli oggetti personali, i giocattoli custodiscono quelle emozioni e immortalare quei luoghi è come rendere omaggio postumo a uomini, donne e bambini che lì hanno vissuto. La fotografia possiede la potenza di trasferire a chi la osserva parte dei sentimenti di chi la scatta. E fa in modo che non si dimentichi”.
Questa la quarta di copertina che spiega bene l’intento degli autori e la volontà specifica di accomunare la vista all’udito, per ricordare nella nostra memoria adesso e sulla carta fotografica per sempre. “Le immagini e le parole: di queste sono impregnate la storia e la prassi della disciplina psichiatrica” scrive in prefazione Giuseppe Carrà, Direttore di Psichiatria dell’ospedale Bassini di Milano.
Si parla di Trattamento Sanitario Obbligatorio, che nulla ha a che vedere con quello che ormai da diversi mesi obbliga tutti noi all’isolamento dal virus – non dagli individui. I manicomi oggi non esistono più ma forse la pratica coercitiva non è stata abbandonata. Per citare ancora gli autori: “Dove sta il limite tra la tutela e la repressione dell’individuo?”. Argomento di grande attualità.
Così, sfogliando questo pregevole libro che vi consiglio, vedrete figure immortalate dalle fotografie a cui, con l’immaginazione (o forse con parole argutamente reali rispetto l’immagine visiva) vengono abbinati i testi.
“Vi ringrazio, professore. Vi chiedo solo, nelle giornate di sole, di potermi fermare ogni tanto e guardare il giardino. Fuori sono anni che non mi lasciano andare. La caposala dice che è per il mio bene, ma io non ne sono sicuro. Eseguo soltanto, poi ho paura dell’acqua gelata”…
Ho chiesto alla mia amica Benedicta Boccoli di leggere e costruire uno spettacolo teatrale da poter rappresentare appena ritornerà la libertà di vivere. Per ora accontentiamoci di allenare l’immaginazione visiva sfogliando le pagine.
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