C’è subbuglio a Viggiano, comune lucano in provincia di Potenza, spesso alla ribalta delle cronache nazionali per vicende legate alla presenza del Centro Olio Val d’Agri dell’Eni, noto ai più come Cova. Al centro di innumerevoli conflitti con i movimenti e una bella fetta della popolazione locale, il Cova è attualmente oggetto di un processo per cui la pubblica accusa ha chiesto 114 anni di reclusione per 35 imputati.

Fino alla “svolta” di pochi giorni fa: sembrerebbe che il Cova, peraltro limitrofo a uno dei serbatoi di acqua a uso potabile e irriguo più importanti del Mezzogiorno, sia ora a sua volta vittima di criminali attenzioni. Come infatti informa l’Agenzia Regionale per l’Ambiente della Basilicata (Arpab), risulta che parti del sottosuolo del Cova siano inquinati dalla presenza “di un solvente clorurato cancerogeno (il triclorometano) risultato presente in quantità 100 volte superiore al limite normativo”. Il triclorometano ha peraltro effetti (anche) sul fegato e sul sistema nervoso e secondo la Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) è un possibile cancerogeno per l’essere umano.

Sempre secondo Arpab, i sospetti si concentrerebbero “in prossimità del punto interno della condotta di re-iniezione pozzo ‘Costa Molina 2’ interessato dalla perdita delle acque di processo”. Costa Molina 2 è un pozzo di re-iniezione (dove Eni sversa i liquidi derivanti dalla lavorazione del petrolio che si effettua al Cova). E questa è solo l’ultima di una serie di anomalie simili perché, come certifica la stessa Arpab, anche la scorsa estate ce ne sono state altre.

Il caso triclorometano parrebbe l’ennesimo sospetto inquinamento e invece, secondo quanto riporta l’azienda, non si tratterebbe di questo. In una nota, Eni infatti comunica che il 31 ottobre scorso c’è stata sì una perdita di acqua ma, al tempo stesso, “che il composto triclorometano non è in alcun modo presente nel processo produttivo del Cova e che non è stato riscontrato nei campionamenti effettuati sulle acque destinate alla re-iniezione”.

Nonostante il triclorometano compaia nell’elenco delle sostanze che Eni “come richiesto da Arpab” ha monitorato nel sottosuolo del Cova nella primavera del 2017 (ma perché, se questa sostanza non viene usata in loco?), dalla nota di Eni menzionata in precedenza si dedurrebbe quindi che, fino a ora, nel suolo del Cova, di triclorometano non se n’era mai trovata traccia.

E qui, scatta il mistero: evidentemente, uno spettro si aggira per Viggiano. Una forza maligna sta tramando per avvelenare un’azienda leader del Paese. Chi può tramare contro Eni? Chi pensa di avvelenarla, con il triclorometano? Come riportato dalla testata Basilicata24, c’è chi addirittura ha paventato una “infiltrazione” di vandali venefici che si sarebbero fatte beffe della vigilanza dell’impianto. Concordiamo però con gli autori dell’articolo in questione: è una tesi che non regge.

Più plausibile che sia una delle altre aziende dell’area industriale di Viggiano a contaminare il Cova? Qualcuno che si cela nei dintorni? Se ci limitiamo a registrare l’elenco delle attività presenti nella zona interessata dallo sversamento, la lista dei “sospetti” non è poi così lunga. Basta andare su Google Maps per vedere come ci sia una “temibile” elettromeccanica appena a sud ovest del sito del Cova. Oppure osservare la presenza di un incubatore giusto un po’ più in là? O ancora, come non notare quel ristorantino che vediamo poco più a ovest del sito ove Eni dice di esser vittima di cotanto oltraggio?

A proposito: ma se Eni è vittima, come sostiene di essere, ha mai sporto denuncia per inquinamento, chiedendo alla magistratura di trovare i colpevoli di cotanto scempio? Ancora non sappiamo: al momento non risulta che Eni abbia presentato denuncia contro ignoti. Di sicuro, di ciò non ha mai fatto pubblicamente cenno. Dimenticanza? Forse. Oppure no. Potrebbe forse essere solo sonnolenza, e non casuale. Perché il nome con cui è più comunemente noto il triclorometano… è cloroformio!

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