di Leonardo Capanni

Nel folgorante debutto letterario in forma di romanzo di James Joyce, Ritratto dell’artista da giovane, il grande autore irlandese regala – dopo una gestazione complessa, lunghissima, divisa fra le sue due patrie, Dublino e Trieste – uno spaccato fortemente autobiografico della formazione pre e post-adolescenziale di uno scrittore in conflitto con sé, con il padre, con la morale cattolica e, più in generale, con le imposizioni tipiche della società anglosassone in età vittoriana. Le difficoltà di Joyce nel trovare un proprio posto e una sincera vocazione in una società tendenzialmente ipocrita e conformista giungono allo scioglimento soltanto con l’avanzare dell’età, con i fallimenti che si susseguono, con la formazione personale che si chiude con il periodo dell’Università, progettando infine un viaggio per Parigi: lì dove avrebbe finalmente potuto sviluppare il proprio talento di scrittore.

Se quello di Joyce si può definire come un bildungsroman sui generis, allo stesso modo nell’Italia di Roberto Mancini che sta strappando consensi e peana su ogni media nostrano, si staglia elegante la figura di un 22enne che ha ormai convinto tutti per capacità tecnica, personalità, sicurezza, ma che, fino a 18 mesi fa veniva etichettato dai più come un fallimento, un giocatore sovrastimato troppo in fretta. Manuel Locatelli si è preso la sua personale rivincita cambiando città e ambiente di lavoro, finendo per completare la sua formazione calcistica sotto l’egida di un demiurgo del gioco come Roberto De Zerbi e regalando alla Nazionale un centrocampista unico.

Il suo gioco così sinuoso, le sue scelte spesso intuitive ma mosse da una lucida razionalità di fondo, la scioltezza con la quale porta a compimento le giocate più complesse in zone di campo delicate, sono l’eredità di un processo di formazione codificato, durato un paio di anni all’interno del laboratorio tattico più ambizioso della Serie A, il Sassuolo di De Zerbi mosso dai princìpi del gioco di posizione. Se il talento, infatti, è l’elemento-base di ogni calciatore di prospettiva, allo stesso modo il contesto collettivo in cui questo si muove è diventato oggi il vero moltiplicatore di rendimento del giocatore stesso: un paradigma calcistico che il tecnico bresciano pare aver appreso prima e meglio di tutti in un paese fortemente conservatore e in un ambiente professionistico spesso legato a luoghi comuni e visioni di corto respiro.

Questa rivoluzione concettuale, basata sulla specializzazione e l’evoluzione tattica e comportamentale del gioco, è forse il reagente decisivo nella definitiva trasformazione di un calciatore giovane, ricco di unicità fisiche e tecniche come Locatelli. Il centrocampista totale che ammiriamo oggi, perfettamente a suo agio nel ruolo di doble pivote davanti alla difesa, così come in quelli di regista o mezzala di possesso in un centrocampo a 3, è il risultato di un lavoro personale profondo, della messa in discussione di adagi consolidati nel tempo. In definitiva, di una visione pronta a rischiare il fallimento per ottenere dividendi altissimi.

Manuel Locatelli, col tempo e col lavoro, è riuscito a smussare quei difetti – o meglio, caratteristiche – che sembravano frenarlo all’inizio della sua carriera con la maglia del Milan: da predestinato a giocatore troppo lento, statico, figura in penombra soffocata dal peso di una maglia e di uno stadio gloriosi che ti perdonano poco e possono bruciare in fretta ogni parvenza di talento precoce. Più semplicemente, in una società che ha barattato il tempo e la formazione con il successo e la vittoria immediata, mancava un luogo dove poter migliorare, assorbendo insegnamenti capaci di completare la silhouette del centrocampista capace di svolgere senza apparente fatica i compiti richiesti dal calcio moderno.

L’officina sperimentale di Sassuolo, vero unicum in Italia, è stata per Locatelli quello che Trieste fu per Joyce: una seconda patria dove recuperare fiducia e senso del tempo, per maturare e dare sfogo al proprio talento. Proprio per questo, Locatelli è oggi un centrocampista che sfugge alle classificazioni generaliste – un po’ mediano, un po’ mezzala, un po’ regista – ed è quanto di più moderno e all’avanguardia il calcio possa offrire mettendo al primo posto una merce immateriale che troppo spesso è stata sacrificata sull’altare del risultato a tutti i costi: la qualità di gioco, vero zenith che muove le sue scelte sia in campo nazionale che internazionale.

Vedere giocare Locatelli, osservare con perizia il modo con cui pettina il pallone con la suola, l’abilità con cui orienta il corpo in funzione della giocata, la naturalezza con cui esce dal pressing avversario a testa alta e la capacità irreale con cui usa entrambi i piedi in situazioni ad alta densità di uomini, resta oggi il regalo più gradito per ogni tifoso. E per ogni ragazzo che sogni di avvicinarsi al gioco.

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