Biscottooone”. Morto un Civ non se ne farà mai un altro. Gianfranco Civolani, giornalista sportivo bolognese, archivio umano delle gesta felsinee da Raffaele Sansone a Marco Di Vaio, ci ha lasciato poco più di un anno fa. Kitikaka ricorda felice, porge i suoi omaggi ed eterna riconoscenza, a chi ha fatto della propria burbera timidezza un personaggio tv indimenticabile. Tra le urla sparate a mille dei contenitori calcistici 24/7 il Civ, abbreviazione che sapeva di brindisi euforico e pregiata bottiglia da gustare, non avrebbe mai potuto sostare oltre il minuto e mezzo. Figuriamoci ad un qualunque “processo” biscardiano. Alla prima interruzione immotivata avrebbe mandato tutti a quel paese. Meglio l’affetto sincero, vicino, affettuoso della propria amata Bologna. Uomo d’altri tempi il Civ. Nonostante un udito che negli anni aveva cioccato di brutto, non è mai stato opinionista sbraitante o incursore molesto sulla voce altrui. Dopo una carriera decennale sulla carta stampata (Tuttosport e Stadio) all’improvviso raggiunse il trono della voce autorevole in città. E come ogni impresa leggendaria che si rispetti nessuno sa mai ricostruire quando sia iniziata realmente.

Sta di fatto che Civolani un bel giorno ha cominciato a sentenziare sul Bologna F.C. mentre tutti i tifosi se ne stavano in silenziosa attesa, ogni lunedì, appena dopo la cena, ad ascoltare “il punto del Civ” su Rete7 prima, su ètv poi. Criniera folta e dritta, baffoni a manubrio anni Settanta rimasti fitti anche nei Duemila, occhialone a goccia semiscuro per celare meglio ogni emozione profonda, improbabili gilet neri pieni di tasche, terrificanti camicie bianche a righe verticali colorate di giallo, arancione e viola, il Civ era prima di tutto “una presenza”. Alto, robusto, tamogn. Tonante, acuto, mai banale. Un borbottio sempre pronto a prorompere. Super Civ, Civ Today, Civolandia. L’autorevolezza genuina dell’uomo che si incontra a farsi una sigaretta al bar ficcata nel cubo ipnotico della tv. Eccolo il Civ a ponderare giudizi dopo il solito rigorino bianconero, dopo qualche corionata, finita l’ultima dichiarazione di un Guidolin qualsiasi. Pane al pane, vino al vino. Pindaro chi? Solo sano realismo. Bastava seguire le sue mitiche pagelle. Voti sempre molto striché. Sette o otto manco a parlarne. Un sei più che pareva già un miracolo. Cinque e mezzo una bocciatura da somaro. E poi ancora, l’espediente retorico del porsi una domanda e darsi una risposta (“Il Bologna può fare il mercato? No, non molto”). Le pause improvvise dopo le accelerate. La ripetizione dello stesso termine, tre, quattro volte in crescendo. Incollati davanti al Civ. Per sapere se fosse giusto stare dalla parte di Ulivieri di fronte alle bizze di Roberto Baggio. Se avesse senso cacciare Pippo Inzaghi dopo due vittorie, sette pareggi e 11 sconfitte.

Perché era inutile sfidare Civolani sui numeri. Quanti gol aveva segnato il Bologna nel 1965-66? Il Civ ci pensava un attimo e via con la risposta giusta. La classifica dei cannonieri rossoblù? Prima di Wikipedia la aggiornava il Civ. E ancora: i libri pubblicati con una frequenza che nemmeno Camilleri. Prima con Perdisa editore, poi con Minerva, ogni anno un pezzetto del calcio che fu. E vista la popolarità del nostro. Ad ogni libro che seguiva si allargava l’epifania della conoscenza prima verso lo sport tutto (il Civ era presidente di una squadra di basket femminile), poi della bolognesità nei suoi mille aspetti coloriti, amarcord personale tra sverzure e sbruziglén. Fu il Civ ad inventarsi l’appellativo di “onorevole Giacomino” per il grande Bulgarelli, proprio intitolandogli un libro. Infine le grandi invenzioni lessicali, i tormentoni gentili. Il “biscotto” e il “biscottone” quando due squadre si erano messe d’accordo – al Parco dei Principi direbbero la combine. Le litigate furenti in diretta con gli ascoltatori, l’attacco ai telecronisti Rai colpevoli di non aver dato un voto all’allora azzurro Diamanti, ma anche il suggerimento volgarissimo all’Inter che voleva non si sa bene quale giocatore rossoblù: “L’Inter venga giù di bocca”. E in fondo a tutto, quando toccava chiudere bottega e andare a casa, giù per Saragozza e Andrea Costa spesso con le pive nel sacco, ma qualche volta anche soddisfatti di un punticino racimolato con il Cesena, ecco risuonare il Civ per tutti i portici di Bologna: “State Benone”.

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