di Leonardo Capanni

“Il calcio tedesco credo sia cambiato in senso positivo. Fino a qualche anno fa eravamo fisicamente molto forti, meno conosciuti per la tattica e la tecnica: ma adesso ci sono squadre che offrono un calcio più spettacolare, offensivo ed attivo. Sembra che abbiamo adesso molti allenatori bravi in Germania. Non accadeva da tempo che due club della Bundesliga fossero in corsa per le semifinali di Champions”.

Le parole di un monumento vivente del calcio tedesco, Karl-Heinz Rummenigge, nel post-partita più surreale degli ultimi anni di Champions sottolineano con invidiabile capacità di sintesi la chiave di volta di un intero movimento calcistico che è cresciuto progressivamente e silenziosamente in Europa, arrivando oggi a prendersi la scena come una marea inarrestabile: la new-wave del calcio tedesco, dopo la prima grande ondata post Mondiale del 2006 e fino ai trionfi internazionali del 2014 – con l’altra cesura iconica rappresentata dal 7-1 del Mineirazo -, si è ora definitivamente assestata come nuovo zenith del calcio continentale, si potrebbe perfino azzardare come nuovo paradigma a cui proprietà, club e federazioni potrebbero ispirarsi nel futuro. Un dato, in particolare, è epifanico rispetto al contesto dell’apocalisse calcistica inflitta dal Bayern al Barcellona: l’intero XI bavarese è costato 20 milioni di euro in meno del solo Griezmann, ultimo colpo di grido dei catalani, oggi valutato più come un rimpianto che come una pedina fondamentale.

Il Bayern, per decenni l’emblema del calcio tedesco fisico e conservativo, è oggi una macchina futuristica che riesce ad investire meno e meglio di tutti i suoi grandi concorrenti, quei big spender europei che ogni estate si lanciano in acquisti con valutazioni folli, bizzarri scambi di giocatori al solo fine di aumentare in modo fittizio i propri bilanci, e così via.

Pensare che la squadra plasmata in modo egregio da Flick, altra scelta controcorrente con un investimento interno a costo zero dopo le dimissioni di Kovac in autunno, sia stata allestita in buona parte con un pervasivo ed efficacissimo lavoro di scouting mondiale è quanto di più rivoluzionario – da parte di uno dei club storicamente più conservatori per pensiero ed espressione socio-politica di un’intera regione – si possa vedere nello scenario calcistico dei top club europei, quei giganti dai piedi di argilla che si affidano quasi esclusivamente al potere economico per ricostruire il proprio giocattolo ogni anno (vedi i due club di Manchester, Chelsea, Real Madrid, Barcellona, PSG, Juventus) all’affannosa rincorsa alla coppa dalle grandi orecchie, vera e propria ossessione mondiale.

Pensare che giocatori di livello mondiale come Alphonso Davies, arma impropria sulla fascia sinistra usata come grimaldello per scardinare ogni avversario, siano stati pagati meno di 10 milioni di euro andando ad investire in Canada, un paese completamente assente dalla mappa del calcio mondiale, fa intuire la modernità e la lungimiranza del modello tedesco; un altro esempio eccellente è quello di Alaba, prelevato per meno di 200.000 euro in Austria e divenuto in qualche anno – sotto la guida di Guardiola – la rappresentazione plastica del nuovo corso bavarese e della nuova Bundesliga lanciata verso un futuro brillante: terzino sinistro che produce gioco come un regista, difensore centrale di impostazione per la costruzione della manovra fin dalla prima uscita, laterale a tutto campo in situazioni di difesa posizionale a 3, perfino interno di centrocampo in alcuni momenti della partita, quando viene richiesto di liberare lo spazio per una costruzione in ampiezza.

Sono i due casi forse più eclatanti a cui potremmo aggiungere Kimmich, costato la miseria di 8,5 milioni, giocatore universale e fondamentale al pari di Alaba; o Gnabry, altri 8 milioni al Werder Brema per un talento grezzo ma puro, affinato poi nella meticolosa officina di Monaco che oggi si esprime su livelli di rendimento da top player europeo. Si potrebbe continuare oltre, ma sarebbe perfino stucchevole.

Un ultimo aspetto da tenere in considerazione quando si parla di calcio tedesco, o dell’abusata espressione “modello tedesco”, è quello che riguarda i tecnici cresciuti in Germania: su quattro squadre semifinaliste del più importante trofeo al mondo, ben tre sono allenate da tedeschi (Tuchel al PSG, Flick al Bayern, Nagelsmann al Lipsia) e con un’età media clamorosamente bassa, testimonianza ulteriore di un sistema – totalmente riformato nei primi anni 2000 – che premia competenza tecnica, innovazione e meritocrazia rispetto ad influenze, conoscenze e curricula dal passato esclusivamente calcistico.

Quello che questa stranissima Champions senza pubblico, senza una vera casa e con soli 90 minuti a disposizione per competere sta comunque affermando con forza è che la programmazione e il coraggio delle scelte sono la strada maestra per competere e, a volte, avere la meglio su potere economico e spese fuori controllo.

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