di Giuseppe Onufrio*

Dall’incidente di Fukushima – dieci anni il prossimo 11 marzo – per raffreddare il combustibile fuso presente nei tre reattori sono stati impiegati circa 3 metri cubi d’acqua all’ora. A quest’acqua che si è andata contaminando nel tempo, si aggiunge quella che entra con le piogge e, purtroppo, con i tifoni tropicali e gli allagamenti.

Tutta quest’acqua è stata sinora trattata da un sistema (contestato da Greenpeace) a osmosi inversa (Alps) e, dopo il trattamento, stoccata in grandi serbatoi. In questo momento dunque a Fukushima sono conservate oltre 1,2 milioni di tonnellate di acqua trattata e radioattiva che il governo giapponese vuole scaricare in mare.

Un recente rapporto di Greenpeace – “The reality of the Fukushima radioactive water crisis” – mostra come quest’acqua trattata sia ancora a tutti gli effetti contaminata da radionuclidi ben oltre i limiti di legge e, in particolare dal Carbonio-14 (C-14) e dallo Stronzio-90. In essa sono inoltre presenti notevoli quantità di trizio (isotopo radioattivo dell’idrogeno).

Il Carbonio-14 (C-14) ha un tempo di dimezzamento superiore ai 5mila anni e si concentra nel pesce oltre un migliaio di volte rispetto a quanto faccia il trizio (che si dimezza in circa 12 anni) ed è un elemento potenzialmente pericoloso per i danni genetici. Lo Stronzio-90, con un tempo di dimezzamento di quasi 30 anni, invece si comporta chimicamente come il calcio e dunque ha la tendenza ad accumularsi nelle ossa.

Per molto tempo il governo del Giappone e la Tepco, proprietaria dell’impianto, hanno sostenuto che l’acqua di trattamento conterrebbe solo Trizio, mentre una analisi indipendente svolta da Greenpeace – e un recente rapporto della stessa Tepco – ha invece rivelato come vi sia presente anche C-14. Cosa prevedibile, dato che il sistema di trattamento Alps non è stato progettato per rimuovere quest’ultimo elemento.

“A quasi dieci anni dal disastro, la Tepco e il governo giapponese stanno ancora coprendo l’entità della crisi in corso a Fukushima”, ha commentato Shaun Burnie, autore del rapporto ed esperto nucleare di Greenpeace Germania. “Per anni hanno deliberatamente trattenuto informazioni dettagliate sul materiale radioattivo presente nell’acqua contaminata. Non sono riusciti a spiegare a cittadini e cittadine di Fukushima, al Giappone e più in generale e ai Paesi vicini – come la Corea del Sud e la Cina – che l’acqua contaminata da scaricare nell’Oceano Pacifico contiene livelli pericolosi di Carbonio-14. Questi, insieme ad altri radionuclidi contenuti nell’acqua, saranno un pericolo per migliaia di anni, con il rischio di causare danni genetici. Un motivo in più per cui questi piani devono essere abbandonati”.

Il rapporto di Greenpeace include anche un’analisi sulla decisione della Tepco di non utilizzare la migliore tecnologia di decontaminazione disponibile (Best Available Technology), appartenente all’azienda statunitense Purolite. Nonostante questa tecnologia abbia dimostrato la sua capacità di ridurre le concentrazioni di radioattività a livelli non rilevabili, Tepco ha optato per la tecnologia Alps, gestita da aziende nipponiche, non esperte in questo settore, come Toshiba e Hitachi.

Secondo il rapporto, il fallimento di Alps è una conseguenza di ripetute decisioni sbagliate. Si stima che circa il 72% dell’acqua stoccata – pari a circa 800mila tonnellate – andrebbe infatti sottoposta a ulteriore trattamento.

“Il governo giapponese e la Tepco hanno costruito una serie di miti nel tentativo di giustificare i loro piani di rilascio in mare dell’acqua contaminata”, aggiunge Shaun Burnie. “Non ci sono ostacoli tecnici, ingegneristici o legali per garantire ulteriore spazio di stoccaggio per l’acqua contaminata trattata da Alps, è una questione di volontà politica. Ma la decisione del governo di rifiutare l’opzione di stoccaggio si basa su una questione di opportunità: l’opzione meno costosa è scaricare nell’oceano Pacifico. La politica del governo giapponese di scaricare scorie nucleari nell’oceano Pacifico non si basa su principi scientifici o di protezione ambientale e non ha alcuna giustificazione”, conclude.

Una analisi sulla fattibilità dello stoccaggio a lungo termine dell’acqua contaminata è infatti già stata prodotta da una agenzia governativa giapponese – secondo cui nel lungo termine l’acqua potrebbe essere stoccata ben oltre il 2022, sia dentro che fuori dal sito di Fukushima – che però l’ha poi scartata, per i problemi di coordinamento logistico che comporterebbe. Per il governo giapponese è quindi meglio scaricare tutto in mare.

*Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia

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