di Monica Di Sisto

“L’accordo Ue-Mercosur comprende un capitolo moderno e progressivo sul commercio e sullo sviluppo sostenibile; rendendo l’accordo il più ambizioso che l’Ue abbia mai negoziato in questo campo. Gli impegni espliciti in una serie di settori, compresa l’attuazione dell’accordo di Parigi e la deforestazione, sono determinati e rigorosi”. Lo afferma il sottosegretario italiano agli Esteri Ivan Scalfarotto in una lettera dell’11 novembre in cui, insieme ai colleghi ministri degli Esteri e del commercio di Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Portogallo, Spagna e Svezia, chiede al vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis di “cogliere l’occasione propizia mantenendo e completare tempestivamente questo processo”.

L’Italia e gli altri membri dell’Ue spingono per l’approvazione finale dell’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – uniti nell’area di libero scambio Mercosur – perché “l’Ue beneficerà del vantaggio della prima mossa, diventando il loro primo partner globale. Ciò consentirà alle nostre aziende un accesso privilegiato a un blocco i cui membri insieme costituiscono la sesta economia più grande del mondo, con oltre 260 milioni di consumatori”.

In realtà lo stesso sottosegretario Scalfarotto, dopo poche ore, il 12 novembre, aveva assicurato alle tre reti delle Ong italiane e internazionali Aoi, Cini e Link – che avevano scritto al ministro degli Esteri Luigi Di Maio riportando le loro preoccupazioni sull’impatto sociale e ambientale negativo dell’operazione – che “l’Italia segue con grande attenzione il dibattito in corso sia nell’opinione pubblica degli Stati membri dell’Ue sia nel Parlamento europeo, dove viene manifestata una crescente sensibilità per le questioni di sviluppo sostenibile”.

Nella missiva le informava che “è inoltre in corso uno studio indipendente commissionato dal Maeci sull’impatto commerciale dell’accordo e i cui contenuti saranno noti nelle prossime settimane”, ma le rassicurava che “non appena sarà chiarita la strategia della Commissione in merito all’iter per l’approvazione dell’Accordo e alla relativa tempistica, saremo pronti a convocare un tavolo di confronto con i differenti portatori di interesse, al fine di contribuire alla formulazione di una posizione italiana che prenda in considerazione tanto l’impatto commerciale dell’Accordo che gli importanti aspetti da Voi evidenziati”. Anche gli alleati di governo M5S e LeU, d’altro canto, avevano più volte sollevato nei Parlamenti di Roma e Bruxelles la propria contrarietà all’accordo.

A quanto emerge dalle carte che riportiamo, però, il governo si era già attivato per premere sulla Commissione senza raccogliere alcuno dei rilievi delle associazioni italiane. Nella precedente richiesta di chiarimenti, infatti, le reti di Ong spiegavano di aver già sollevato criticità in sede europea, sia sulle modalità di computo dei vantaggi previsti con l’apertura commerciale, sia sulla attendibilità di una valutazione svolta su una base di dati pre-Covid, non aggiornata agli scenari attuali.

Oltre 300 organizzazioni e sindacati europei e latinoamericani hanno chiesto molti mesi fa alla Commissione Ue di fermare la finalizzazione dell’accordo e alla loro voce si è aggiunta, più di recente, quella di quasi 200 economisti internazionali, tra i quali Pablo Bortz, James Galbraith, Jayati Ghosh, Ann Pettifor e Servaas Storm. Dall’Italia si sono attivati Marcella Corsi, riferimento italiano del network EuroMemo, Giovanni Dosi del Sant’Anna di Pisa, Guglielmo Chiodi della Sapienza di Roma e Salvatore Monni di Roma Tre, Annamaria Simonazzi della Fondazione Sapienza, il riferimento dei Fridays for Future Riccardo Mastini e Alessandro Vercelli dell’Università di Siena.

In una lettera aperta gli studiosi segnalano che la valutazione europea “minimizza l’impatto dell’accordo sulla deforestazione nei Paesi del Mercosur”, mentre secondo quella condotta dal governo francese “la deforestazione potrebbe aumentare dal 5% al 25% all’anno per 6 anni, solo a causa dell’aumento delle esportazioni di carne bovina generato dall’accordo”. E inoltre che “a livello globale, i livelli di disoccupazione sono aumentati dall’inizio della crisi. Attualmente, il 7,2% dei lavoratori dell’Ue è senza lavoro e si prevede che i numeri cresceranno. Anche nei Paesi del Mercosur i livelli di disoccupazione sono alti, con ampie sacche di lavoro informale. Previsioni che si basino sulla piena occupazione non sono quindi appropriate per le nostre attuali economie”. Per questo gli esperti chiedono alla Commissione di fermare l’iter dell’accordo e riconsiderare attentamente le sue implicazioni.

Su questa linea, oltre alla Francia, al Belgio e all’Irlanda, si sono posizionati Austria, Bulgaria, Lussemburgo, Romania e Slovacchia che, in un documento presentato al recente incontro dei ministri agricoli dell’Unione, hanno chiesto alla Commissione di “riconsiderare l’accordo” considerato “una minaccia per i produttori agricoli” che provocherebbe “un massiccio deterioramento del bilancio commerciale europeo”. Il governo italiano, invece, sembra voler credere di no. Purtroppo senza contraddittorio.

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