“Gli affari sono la mia forma d’arte, altri dipingono dei bei quadri o scrivono poesie meravigliose. A me piace fare affari, preferibilmente grossi affari”, così Donald Trump in un suo libro The Art of the Deal, pubblicato nel 1987. Si deve presumere che anche in questi giorni Trump sia impegnato a concludere qualche grosso affare, dopo che, ormai, l’affare della rielezione pare essergli sfuggito di mano.

Sono in tanti a chiedersi che cosa si nasconda dietro il comportamento quasi infantile che lo porta a rivolgersi ai tribunali di tutti gli Stati dove non è risultato vincitore, denunciando brogli e gravi scorrettezze di cui non è in grado di fornire la minima prova.

Fatta eccezione per i suoi sostenitori più ciecamente fedeli, aizzati da continui messaggi lanciati dal suo profilo Twitter e da e-mail con richieste di contributi finanziari, chi segue le sue dichiarazioni degli ultimi giorni fatica a vederne i contatti con la realtà, salvo forse ricorrere all’aiuto di qualche commentatore che, pur non amandolo, lo conosce bene.

A sentire il suo biografo Michael D’Antonio: “Ciò che conta per lui è la storia che può raccontare, o vendere, a se stesso, per sentirsi comunque il vincitore: questo istinto è uno dei tanti che gli permette di scappare e reinventarsi per due, tre, quattro volte”. Infatti, sebbene gli affari siano la forma d’arte che predilige, non sempre gli sono riusciti bene.

Tuttavia, come ha fatto notare l’analista politico Joe Lockhart, “ogni volta, dopo ogni fallimento, è sempre stato in grado di riconfezionarsi e vendere al pubblico una versione successiva di Donald Trump: imprenditore immobiliare, magnate dei casinò, star di un reality, presidente degli Stati Uniti”. Secondo Lockhart, anche oggi ”il presidente metterà i propri interessi al di sopra di quelli del paese, come fa sempre. E proprio questo potrebbe effettivamente garantire una transizione pacifica del potere”.

Si tratta quindi di capire quali siano attualmente le principali preoccupazioni di Trump e come queste si leghino al modo in cui si sta comportando, rifiutando di riconoscere il presidente eletto, Joe Biden, e fomentando la rivolta dei suoi elettori che, dimostrando nelle strade, potrebbero provocare colluttazioni e violenze di cui non si sente alcun bisogno.

Il primo rischio che Trump correrebbe come normale cittadino, una volta privo dell’immunità presidenziale, è dato dalle indagini in corso sulle sue pratiche commerciali: Cyrus Vance, il procuratore distrettuale di Manhattan, e Letitia James, il procuratore generale di New York, stanno indagando, indipendentemente l’uno dall’altra, su potenziali imputazioni penali relative alle pratiche commerciali di Trump prima che diventasse presidente. Poiché le loro giurisdizioni si trovano al di fuori dall’ambito federale, un’eventuale auto-concessione della grazia presidenziale da parte di Trump per tutti i crimini federali non coprirebbe questi casi.

La seconda preoccupazione è di tipo finanziario. Durante i prossimi quattro anni Trump dovrà rispettare le scadenze di pagamento per milioni di dollari di prestiti che ha garantito personalmente; parte di questo debito è dovuto a creditori stranieri come Deutsche Bank. Che cosa può offrire Trump in cambio della propria tranquillità e libertà, a procuratori, a creditori e anche, in caso di nuove avventure commerciali, a potenziali investitori? Secondo Lockhart potrebbe mettere sul piatto il suo ritiro, garantendo una transizione pacifica del potere.

Negli Stati Uniti l’azione penale non è obbligatoria e, per evitare la violenza nelle strade, i prosecutor potrebbero esercitare la loro discrezionalità decidendo che sarebbe nell’interesse del paese concludere un accordo.

Nessuna banca creditrice rinegozierebbe un debito con una persona che si sta dando da fare per suscitare violenza nelle strade americane e crea instabilità internazionale nei mercati dei capitali ma, se Trump riconoscesse la sconfitta e calmasse gli animi dei suoi elettori, anche l’atteggiamento delle banche muterebbe di segno.

Inventare brogli indimostrabili e creare motivi di scontro per costituirsi un’arma da ritirare al momento opportuno, in cambio di una contropartita, potrebbe essere l’opera d’arte, il deal, vagheggiato da un artista sui generis e c’è solo da sperare che non si tratti del caposcuola di una nuova corrente.

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