Non più tardi di cinque anni fa scriveva la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, potente sindacato medico ben rappresentato in Parlamento chiunque comandi: “La Fnomceo ritiene che per l’a.a. 2015/2016 un numero di accessi programmato ai corsi di laurea in medicina e chirurgia pari a 6500 sia adeguato a soddisfare il turnover dei medici e non rischierà di generare una nuova pletora medica […]”.

A supporto della presa di posizione così argomentava: “Ci sembrano assolutamente in linea con questa posizione le dichiarazioni di qualche settimana fa del Presidente del Cun, prof. Andrea Lenzi, secondo cui 7000 accessi sarebbero sufficienti a soddisfare il futuro fabbisogno di medici […]”. Chiedevano, i sindacati medici e il Cun (Consiglio Universitario Nazionale), una ulteriore contrazione degli accessi programmati alle Facoltà di Medicina e Chirurgia delle università italiane che si aggiravano allora intorno alle 10mila unità l’anno.

Considerato che arriva alla laurea circa l’85% degli iscritti, significava circa 8500 laureati l’anno. Loro ne volevano di meno, chissà se per rigurgito corporativo – alla sanità di massa, oltretutto in un paese sempre più vecchio e bisognoso di cure, rispondevano con la pretesa di preservare la casta – o per paura della concorrenza professionale, condita con furori pianificatori da socialismo reale fuori tempo massimo.

Fino al 1969 si entrava a Medicina con la maturità classica o scientifica, nel dicembre di quell’anno il Parlamento approvò la Legge Codignola: chiunque poteva iscriversi purché in possesso di un diploma di scuola superiore quinquennale. Erano gli anni della scuola di massa e questo era uno degli effetti più evidenti dei cambiamenti sociali di quel tempo. Anche Medicina registrò un boom di studenti prima e di laureati poi, ma già allora il collo di bottiglia era rappresentato (come oggi) dalle specializzazioni.

Trent’anni dopo – a significare che i tempi erano davvero cambiati – il Parlamento approva la Legge Zecchino che istituisce per alcune facoltà, fra cui Medicina, il numero programmato: ogni università avrebbe definito annualmente il numero massimo di studenti accoglibili sulla base dei docenti, degli insegnamenti, delle strutture e del fabbisogno stimato di medici.

Alle inevitabili proteste per questa “chiusura”, il legislatore, ma anche le corporazioni mediche e le baronie universitarie opponevano il solito mix di buone ragioni e di interessi privati: troppi studenti non permettono una didattica efficace (vero, basta aumentare gli insegnamenti), le attrezzature non sono sufficienti per sopportare un afflusso di massa (idem), troppi medici significa troppi disoccupati, costretti a emigrare facendo sprecare allo Stato le risorse impiegate per formarli (infatti da quando c’è il numero chiuso i nostri laureati stanno tutti qui a lavorare con contratti a tempo indeterminato, pagati il giusto e liberati dalla schiavitù/dipendenza delle baronie che governano la politica universitaria). Insomma, il solito teatrino a beneficio di un paese dove la demenza senile sembra aver colto l’intera popolazione ancora prima di invecchiare, a cominciare dalla sua classe politica.

A settembre di quest’anno 66.638 aspiranti medici si sono contesi i 13.072 posti (2000 in più dell’anno scorso) messi in palio dalle università italiane, pagando una tassa di 100 euro, il triplo del passato. Per quelli che ce l’hanno fatta a entrare le speranze di successo sono ancora dell’85% circa, dunque fra 7 anni avremo circa 11mila nuovi medici a disposizione per ricoprire uno dei 70mila posti liberi che si stanno già generando per effetto dei pensionamenti, ampliamenti di servizi e nuove esigenze di una popolazione sempre più vecchia e bisognosa di cure.

D’altra parte, da ben prima della pandemia, la prevenzione è scomparsa dai radar: visite a domicilio, medicina scolastica, Usca, servizi di pediatria – solo per richiamare i fondamenti della medicina di base territoriale, quella di cui si è tornati a reclamare l’urgenza – sono tutte prestazioni che un po’ alla volta sono finite nella medicina generale a pagamento, quella che non costa neanche cara, ma che segna il divario profondo fra chi può permetterselo e chi no.

Scelte simili a quelle italiane le ha fatte in passato la Germania, solo che la Merkel, accortasi del gap che si stava creando fra bisogni sanitari della popolazione e disponibilità immediata di professionisti che dessero soddisfazione, ha utilizzato le politiche migratorie per “rifornirsi” anche di medici e infermieri. Il nostro paese prima ha tarpato le ali a tanti “nostri bravi ragazzi” costringendoli a misurarsi con test una tantum – sapendo che solo uno su 6 avrebbe potuto farcela, qualunque fosse il punteggio conseguito – poi ha utilizzato l’arrivo di persone disperate per eccitare la pancia facendo ammalare il resto del corpo.

Facciamo come in Francia: aboliamo il numero chiuso e istituiamo un primo anno libero con esami di sbarramento. Chi li supera va avanti, chi non ce la fa li spende in corsi di laurea collaterali e collegati. Facciamo come il resto d’Europa: raddoppiamo le specialità, sono soldi ben spesi per formare professionisti e operatori in quantità e qualità sufficiente per rispondere ai bisogni presenti e futuri.

Già che ci siamo, facciamo come sarebbe logico, specialmente in questa emergenza: smettiamola di chiedere la cittadinanza agli aspiranti medici e infermieri che si tenta di reclutare in questi giorni. Verifichiamo che siano all’altezza, ci serve questo.

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