Addio al numero chiuso a Medicina. Non subito, però: tra il dire della politica e il fare dell’università, ci sono di mezzo decine di migliaia di studenti da ospitare, aule insufficienti, carenze di personale, regolamenti da riscrivere (anche una direttiva europea che per certe professioni, tra cui quella del medico, impone una “armonizzazione preventiva della formazione di accesso”). È impensabile che il test scompaia da un momento all’altro e l’università italiana possa accogliere tutti gli aspiranti medici che fino ad oggi restavano fuori: realisticamente una qualche forma di selezione ci sarà anche nel 2019, insieme però ad un ampliamento dei posti disponibili (si parla di 15mila, invece dei soliti 10mila) e delle borse di specializzazione. Sarà l’inizio di un percorso, il cui approdo finale dovrà essere in futuro il cosiddetto “modello alla francese”: tutti dentro subito, ma sbarramento alla fine del primo anno.

L’ANNUNCIO “POLITICO” – “Si abolisce il numero chiuso nelle facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di poter accedere agli studi”. Quando hanno letto il comunicato del consiglio dei ministri, che in due righe sbrigative cancellava anni di polemiche e dibattito sul numero chiuso delle facoltà universitarie, ai ministri Marco Bussetti e Giulia Grillo (rispettivamente Istruzione e Salute, i due titolari della materia) è venuto un colpo. Figuriamoci a presidi, rettori e professori dei vari atenei italiani, quasi tutti terrorizzati da una simile prospettiva. Sull’arbitrarietà dei test si discute da anni, la loro abolizione del resto è uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle (di qui la fretta dell’annuncio) ma non solo: già l’ex ministra Stefania Giannini aveva lanciato la proposta nel 2014, scatenando le protesta delle università che fanno quotidianamente i conti con numerosi problemi. E da allora la situazione non è cambiata.

I PROBLEMI DELLE UNIVERSITÀ – Rinunciare al numero chiuso significa innanzitutto accogliere un esercito di studenti: quanti, di preciso, è impossibile dirlo, ma come termine di riferimento si possono prendere le 67mila domande (a fronte di 10mila posti) del 2018. C’è una differenza di almeno 55mila persone, senza contare tutti quelli che, scoraggiati dall’esame, non ci provano nemmeno ripiegando su altri indirizzi (Biologia il più gettonato) e che invece in assenza del test si iscriverebbero a medicina. Le nostre università, dove mancano professori, aule, corsi, semplicemente non sono pronte: basti dire che nel 2014 per soli 5mila ingressi in sovrannumero (dovuti a un maxiricorso) ci fu il caos. E poi la questione è più complicata, non riguarda solo l’accesso all’università ma pure alle scuole di specializzazione: eliminare lo sbarramento nella prima, senza un programma organico per le seconde, rischia solo di spostare in avanti l’imbuto e aumentare il numero di disoccupati. Anche per questo i due Ministeri sono stati costretti a un comunicato congiunto per frenare gli entusiasmi (o il panico, a seconda delle prospettive): quello del governo è solo un “percorso da iniziare già quest’anno per gradi”. Di cui è possibile soltanto immaginare le prossime tappe.

VERSO IL MODELLO ALLA FRANCESE – Il punto di partenza sarà l’avvio di un tavolo di lavoro, con tutte le parti in causa, a partire dalla Crui (la conferenza dei rettori); quello di arrivo il già citato “modello alla francese”. Oltralpe non c’è selezione in ingresso: tutti possono iscriversi a Medicina. Il numero chiuso, però, viene solo posticipato alla fine del primo anno (e spesso nel recente passato prevedeva anche meno posti di quelli messi a disposizione in Italia): gli studenti devono sostenere una prova complessiva, molto dura e basata su temi specifici affrontati a lezione, solo il 20-30% dei candidati la supera. In Italia si vorrebbe arrivare ad un sistema simile, ma tempi e modalità sono tutti da definire: l’idea di base è una selezione dopo il primo anno di studi sulla base degli esami sostenuti e dei voti presi, da capire se anche di un vero e proprio test come accade in Francia (ma lì ad esempio c’è chi vorrebbe abolirlo). Prima, però, bisogna ridurre gli iscritti (67mila sono troppi), potenziando l’orientamento, e mettere gli atenei in condizione di ospitare un numero maggiore di studenti almeno per il primo anno, magari giocando in sinergia con altre facoltà con cui ci sono degli esami iniziali in comune. È quasi impossibile che tutto ciò avvenga nel giro di pochi mesi.

NEL 2019 ANCORA TEST – Per questo è ragionevole immaginare che nel 2019 il tanto temuto test di medicina si svolgerà ancora: magari rivisitato (su questo i tecnici dei ministeri sono al lavoro) ma una forma di selezione dovrà esserci per non mandare al collasso le facoltà. Quello che invece si proverà a fare da subito è aumentare il numero dei posti disponibili: nel 2018 erano 9.779, potrebbero salire fino a 15mila (secondo ultime stime la capacità massima attuale), magari anche di più. Dipenderà da quante risorse il governo riuscirà a stanziare nella legge di bilancio, ma non solo: ci sono anche degli adempimenti pratici, sull’adeguamento dei corsi, da tenere in considerazione. Senza dimenticare che non tutti i soldi potranno essere investiti a tal fine, una parte dovrà essere destinate alle scuole di specializzazione e alle borse, perché i due discorsi devono procedere sempre in parallelo. Abolire il numero chiuso è più facile a dirsi che a farsi.

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