di Mattia Zàccaro Garau

Negli Stati Uniti d’America non esistono solo il Partito Democratico e il Partito Repubblicano. C’è una miriade di partiti più o meno rilevanti che costellano il panorama politico. Nessuno, comunque, arriva alla ribalta mediatica europea. Volendo limitarsi solo a quelli che riescono a concorrere in tutti e 50 gli Stati, presentando un candidato presidente e vicepresidente, compaiono il Libertarian Party e il Green Party. Che, in linea di massima, rappresentano le due visioni radicali di destra e di sinistra.

Il primo ha un’ideologia di conservatorismo fiscale rigido (zero spesa pubblica) e di liberalismo economico spinto (totale laissez-faire), che si intona perfettamente alla visione del mondo a stelle e strisce. Il secondo punta tutto sull’ecosocialismo e sull’anticapitalismo, che invece stona profondamente con ciò che ha reso gli Usa una potenza mondiale.

Lo storico esiguo consenso di entrambi i partiti simboleggia la scarsa affezione statunitense verso ciò che, quantomeno negli affari interni, è radicale. Verso quanto si discosta e abbandona l’onnipresente centrismo – malattia grave in politica in genere, ma soprattutto nei momenti di crisi.

Comunque, negli ultimi vent’anni, il ruolo più grande svolto dai due partiti è stato quello di guastatore. Nel 2000 i Verdi tolsero i voti necessari a Al Gore per battere George W. Bush (quasi 3 milioni), mentre in questo 2020 i Libertari hanno sottratto i voti a Donald Trump negli stati decisivi per battere Joe Biden (quasi 2 milioni).

Ma questa non è che un’analisi parziale, tutta numerica, che risponde alla realtà solo per metà. Quanto sopra vale molto di più per i Libertarian che per i Green. Di fatti, il partito guidato da Jo Jorgensen risponde ad istanze simili a quelle del Partito Repubblicano – solo insistendo in maniera maniacale sull’individualismo. Ed è probabile che questa formazione politica sia in grado di erodere proprio dai Rep il suo consenso.

Al contrario, il partito che presentava come candidato alla Casa Bianca l’attivista verde Howie Hawkins si fonda su un rinnovamento totale del sistema americano. Questa rigenerazione integrale della società, invece, non è affatto nel programma dei Dem e appare quindi difficile che sia l’elettorato blu il pozzo da cui i verdi possono raccogliere voti.

Facendo parte dei Global Greens, la rete internazionale dei partiti verdi che ha come capisaldi la democrazia partecipativa, la non violenza, la crescita sostenibile, il rispetto della biodiversità e ovviamente l’ecologia, il partito verde americano promuove quel moto anticapitalista tanto caro a Naomi Klein. Una rivoluzione che presupponendo un capovolgimento degli stili di vita individuali, una rinuncia e dei sacrifici (per dirla alla Alexander Langer), fatica ad attecchire. O, quantomeno, ad effettuare il passaggio necessario ad ogni politica – quello da utopia a progetto.

In queste prospettiva, il crollo dei consensi del Green Party è ancor più preoccupante. Nella tornata elettorale appena avvenuta, sono stati appena 350.000 gli americani (lo 0.2% dei votanti) a scegliere un presidente verde per la Casa Bianca. Solo 100.000 in più rispetto ai 250.000 iscritti. Significa che nella personale scala di valori degli statunitensi l’ecologia rappresenta ancora uno degli scalini più bassi. Eppure senza invertire la piramide assiologica sarà difficile porre freno alla catastrofe climatica incombente.

E così, senza il traino di un partito verde dai grandi numeri, anche la prospettiva di un green new deal, già negata ufficialmente da Biden durante la campagna elettorale (“It’s not my plan”), si allontana ancora di più. Gli Stati Uniti rientreranno negli accordi di Parigi sul clima, ma abbandonando i trionfalismi tipici del giorno dopo le elezioni: è chiaro a tutti che questo non può essere sufficiente. Che una manovra di facciata, stavolta, non possa bastare.

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