Il suo primo libro, No Logo, è uscito nel 2000 ed è diventato subito il manifesto mondiale del movimento no-global. Vent’anni e tre libri dopo (tra cui Shock Economy e Una rivoluzione ci salverà), dopo essere stata definita dal Guardian la star della nuova sinistra americana, Naomi Klein è stata la presidente di giuria del Dig Awards, il concorso internazionale dedicato al giornalismo d’inchiesta video, a Riccione. Il 17 settembre uscirà il suo nuovo libro On Fire, The Burning Case for a Green New Deal.

Naomi Klein, a settembre torna con un nuovo libro: ancora una tappa del suo viaggio intellettuale e politico su capitalismo e disuguaglianze ambientali?

È una collezione di saggi che racconta l’attuale sovrapposizione delle crisi che ci sono nel mondo: quella ecologica, quella economica e, come conseguenza, quella migratoria. Sono interconnesse: sempre più persone saranno costrette a trasferirsi a causa della distruzione del clima e della siccità– che si interseca con le guerre e i conflitti di tutti i tipi – e le prime a doverlo fare saranno quelle che hanno contribuito meno a questa distruzione. E che paradossalmente sono le più esposte, povere e vulnerabili perché vivono di ciò che produce la terra. In questo contesto, credo che il Green New Deal possa essere un modello valido per tutti. In Italia, ad esempio, la sinistra è in crisi da decenni e questo è un grande problema. Si è creato un vuoto che è stato riempito da Salvini e dal M5s.

Cosa prevede questo programma?

È una visione su come cambiare l’economia, non solo il clima. La lotta al surriscaldamento globale è collegata e si deve inserire nel ripensamento di in un sistema economico che riduca le disuguaglianze. Per troppo tempo c’è stata questa idea che per rispondere alla crisi ambientale dovesse aumentare il costo della vita per la classe lavoratrice, già vessata. Questo perché il tipo di politiche climatiche in Europa e in Nord America hanno di fatto aumentato le bollette e al tempo stesso permesso alle compagnie petrolifere di proseguire con i loro business. Il Green New Deal ha un framework completamente diverso. Chiede a chi inquina di pagare per creare una maggiore sicurezza, anche economica, per milioni di persone.

Che ne pensa di Greta Thunberg?

Rappresenta i diritti universali. È una figura incredibile per la sua chiarezza morale, c’è qualcosa nel modo in cui esprime se stessa che elimina le regole della finzione classica. Il disturbo dello spettro autistico che ha le permette di vedere il mondo bianco o nero. Chi ha questo tipo di disabilità non è interessato al gioco sociale, non si lascia distrarre dall’opinione degli altri, per lei non c’è qualcosa di più importante del fatto che il nostro mondo vada a fuoco. E credo che così stia cambiando il mondo.

In questo contesto, qual è il ruolo dei movimenti sociali di massa?

Guardiamo all’Italia in questo momento: ci sono due trend diametralmente opposti. Da un lato c’è l’onda della destra, con Salvini e una apertura – che include anche i più giovani – alle espressioni del fascismo, in cui l’ethos è “viviamo in un tempo di ristrettezze, quindi dobbiamo proteggere noi stessi” generando avidità e la sensazione di poter stabilire quali vite sono importanti e quali no. E poi c’è il movimento del Friday to the future, questa ondata di migliaia di giovani che scendono in strada. La filosofia che lo guida riguarda il diritto di tutti, indipendentemente dalla nazionalità, alla condivisione e alla difesa delle risorse. Sono due forze che si sollevano nello stesso momento ed entrambe rispondono alla stessa crisi.

L’onda della destra, però, spaventa.

Il centro è collassato. L’ ho scritto sin dal mio primo libro: questo sistema economico è un fallimento. Figure forti come Salvini, Bolsonaro, Trump rispondono al collasso di questo sistema, al tradimento del salario e delle disuguaglianze. E lo fanno convogliando la rabbia verso le persone più vulnerabili: c’è chi si scaglia contro i trafficanti di droga, chi contro i mussulmani, chi contro le donne, chi contro gli omosessuali. Tutti, ad esempio, usano il gender come arma. Si ispirano l’un l’altro, traggono idee l’uno dall’altro, adottano linguaggio come Fake Newse Gender Ideology, si osservano l’un l’altro per capire cosa funziona e cosa no. Non è tanto Steve Bannon che dice a tutti cosa fare, sarebbe troppo semplice. C’è però una connessione profonda tra tutti questi personaggi.

Perchéi migranti spaventano così tanto?

In Italia e in Nord America, il sentimento antimigranti si sviluppa spesso in quelle parti del Paese dove la migrazione non viene vissuta direttamente, dove arrivano storie e narrazioni ma non la loro realtà.

I politici sfruttano queste “leggende”?

A loro non interessa dei migranti: per loro sono un sentiero verso il potere. Siamo in un momento in cui le persone sono spaventate e arrabbiate. Quella rabbia ha bisogno di andare da qualche parte: può andare verso l’alto, verso di loro, in alto per chiedere un sistema economico migliore e sostenibile oppure – come succede – può essere veicolata verso le persone più vulnerabili, dai rom ai migranti sui confini.

Che correlazione c’è oggi tra capitalismo, social network e democrazia?

I social media sono ipercapitalizzati. Potremmo avere le stesse tecnologie ma basate su diversi valori e obiettivi. Invece l’iperconnessione e la necessità di estrarre il maggior numero di dati spinge la crescita più della qualità. Così, se il coinvolgimento maggiore arriva dall’invidia e dalla rabbia anche gli algoritmi vi si adeguano, tenendo le persone in uno stadio perenne di invidia e rabbia (penso a Instagram e Twitter). Ovviamente questo sta tirando fuori il peggio.

Vede una alternativa per la nostra sinistra?

Servirebbe una visione chiara di come affrontare questo mondo in crisi. Il Green New Deal potrebbe essere una soluzione internazionale.

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