Da piccola Noemi sognava di vivere in un castello. Non un castello qualunque, una casa torre del Seicento che svettava su una collina, e che vedeva ogni giorno sulla strada per andare a casa. Non solo Noemi ha comprato il casale – dove vive con il marito e i suoi due bambini – ma ha rilevato l’azienda agricola che oggi, a 27 anni, gestisce da sola, coltivando olive e lavanda: tutto lavorato in zona, in provincia di Viterbo, per ottenere olio dop e cosmetici a chilometro zero. “Le donne lavorano in campagna dalla notte dei tempi, ma ancora resiste il pregiudizio che è un lavoro da uomini – racconta Noemi – Devi faticare a farti prendere sul serio se sei giovane, donna e magari anche gentile“.

Noemi D’Aza è cresciuta a Castel D’Asso, frazione di Viterbo famosa per la necropoli etrusca, nell’Alto Lazio. I suoi nonni avevano un’azienda agricola di bestiame e sementi, in cui producevano latte. “Tutt’altro rispetto a ciò che faccio io, ma hanno sempre fatto l’olio in casa: dicevano che era una bestemmia comprarlo”. Noemi racconta di un’infanzia passata tra l’orto della mamma e l’aia. Poi si trasferisce in città, e comincia a frequentare l’università a Pescara. Ma la vita in città non fa per lei, così, quando sente che l’azienda agricola è in vendita, convince il fidanzato a fare il salto. “Ci passavo sempre davanti con la macchina e il casale sulla collina mi sembrava un castello, il castello del Freddano, il fiume che passa qui accanto. La tenuta però era completamente abbandonata, la casa tutta da ristrutturare. Il mio fidanzato mi diceva: tu sei matta a voler vivere qui”. Il fidanzato, che oggi è suo marito, si convince e la supporta in questo progetto. Il bosco era talmente fitto che sotto non passava la luce: così decidono di chiamare l’azienda Castelloscuro. Ma Noemi si rimbocca le maniche e comincia a sistemare il casale e il terreno, a dar respiro alle piante per riavviare la produzione. Oggi l’azienda produce diverse varietà di olio, che arrivano in hotel e ristoranti a Roma, Firenze e Empoli. “Faccio la raccolta a mano, come una volta: ho imparato a riconoscere il momento giusto, se aspetti le olive danno più olio, ma di qualità minore. Ma è quello che do ai miei figli, perciò non faccio compromessi”. E poi è arrivata la lavanda, 17mila piante da cui estrarre a vapore un olio con cui creare shampoo, detergenti e profumi. “Il terreno era arido e sassoso, ho dovuto cercare una pianta che gli volesse bene: la lavanda è resistente e ricchissima di proprietà rilassanti e antibatteriche“.

L’azienda è alimentata da pannelli solari: quando funzionano a pieno regime, può raggiungere la piena indipendenza energetica. “Ci credo moltissimo: da piccola sono rimasta folgorata dalle pale eoliche durante un viaggio nei mari del Nord, mi sembravano giganti buoni”. Dalle finestre più alte della casa, vede in lontananza le pale eoliche: “Trovo assurdo che qualcuno dica che rovinano il paesaggio: cosa c’è di meglio che sfruttare l’energia della natura per lavorare senza avvelenare noi stessi e la terra?”. Ha appena lanciato un sito web con l’e-commerce che spedisce in Italia e all’estero, il cui slogan è “abbandona il superfluo e goditi l’essenziale”, che è la sua filosofia di vita in campagna. Parla delle sue piante con il sorriso, le conosce una per una: anche suo figlio ha un albero preferito, i cui rami arcuati ricordano un drago.

“Essere imprenditrice agricola con due figli richiede un sacco di organizzazione – aggiunge – ma in generale trovo che lo Stato non aiuti per nulla le mamme: quando una donna che lavora rimane incinta diventa un problema per tutti. Non può essere così”. Ma la cosa più difficile in campagna – più della fatica, dell’incertezza e delle preoccupazioni per il raccolto – è farsi prendere sul serio. “Tutti ti considerano una bambina, ho dovuto metter su una corazza per trattare con i fornitori o con i frantoi. Quando mi chiamano ‘bel faccino’ mi arrabbio da morire. Mi ricordo che mia nonna lavorava nei campi quanto mio nonno – anzi, forse di più, perché badava anche alla casa e ai figli – ma tutti si rivolgevano a lui” Adesso, cinquant’anni dopo, capita la stessa cosa: «Gli operai tendono a rivolgersi a mio marito, che è un aiuto prezioso per me, ma sono io che li pago. L’azienda è mia. Noi donne stiamo emancipando in tutti i settori, ma la campagna è ancora profondamente maschilista”. Mentre parla, continuano a chiamarla: c’è un inconveniente da risolvere, le pecore che brucano, il telefono che squilla. “Questo mondo lo hanno costruito le donne, ma lo ha pubblicizzato un uomo”.

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