Il caso “Angela da Mondello”, con decine di migliaia di follower grazie al suo incosciente “Non ce n’è Coviddi” (canzone inclusa), è un caso emblematico del cortocircuito dell’informazione – ufficiosa e ufficiale – in Italia. Più certe persone sono squalificate e/o surreali, più urlano e/o provocano, più sono ospitate in molti programmi televisivi.

Purtroppo il mondo dello showbusiness “giornalistico” o “paragiornalistico” televisivo (attraverso il quale tuttora si informa più dell’80% degli italiani) viene alimentato con “casi curiosi” e con gente – anche cosiddetta Vip – che terrorizza, disinforma o minimizza, a seconda del copione necessario per garantire like e introiti pubblicitari (e spesso anche per ottenere il placet di certe parti politiche, magari vicine all’editore).

Così si invitano il personaggio “serio”, quello “polemico”, quello “passivo/aggressivo”, quello “intellettuale”, quello “populista”, quello “negazionista”, quello “so tutto io”, il “caso umano”, l’”egoriferito”, eccetera, senza un criterio oggettivo sul fronte della correttezza dell‘informazione, ma solo in funzione di un aumento degli ascolti (da parte di chiunque, pure dei mitomani).

Troppi conduttori televisivi si adattano: presentano il loro programma, dove spesso invitano il conduttore della porta accanto, che recita la parte dell’invitato celebre; per poi scambiarsi i ruoli. Così vediamo spettacoli indegni in tv (mentre su alcuni quotidiani leggiamo titoli e articoli che fanno accapponare la pelle).

Penso che certi giornalisti-conduttori dovrebbero rifiutarsi di partecipare a trasmissioni che squalificano la loro professione. Alcuni lo fanno, altri no. Spesso è il loro contratto che lo prevede. Resta il fatto che questo andazzo contribuisce a far scendere nella classifica la credibilità dei giornalisti e dei media. E a generare confusione e disorientamento in un periodo drammatico.

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