Se Giovanni Paolo I non fosse morto in appena trentatré giorni di pontificato, lo avrebbe nominato arcivescovo di Milano. Glielo rivelò San Giovanni Paolo II che, invece, optò per il confratello Carlo Maria Martini. Ma nella sua lunga vita di sacerdote gesuita, padre Bartolomeo Sorge ha lottato fermamente contro la mafia, promuovendo l’impegno dei laici cattolici in politica. Ora che si è spento, a 91 anni, a Gallarate dove si era trasferito da tempo, ripercorrendo tutta la sua esistenza si attraversa davvero la storia d’Italia fino a oggi. Fino alle sue ultime battaglie. Poco più di un anno fa, il 15 agosto 2019, sul suo attivissimo profilo Twitter scriveva: “La mafia e Salvini comandano entrambi con la paura e l’odio, fingendosi religiosi. Si vincono, resistendo alla paura, all’odio e svelandone la falsa pietà”. Un tweet che gli attirò subito la violenta reazione del leader leghista: “Neanche l’età avanzata giustifica certe idiozie, vergogna”. Ma che sui social e nella società civile aveva aperto un dibattito. Del resto era sempre stato questo l’obiettivo di padre Sorge, teologo, politologo, direttore de La Civiltà Cattolica dal 1973 al 1985 e poi fino al 1996 dell’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo da lui fondato. Il suo successore alla guida del quindicinale dei gesuiti, padre Antonio Spadaro, ricorda la sua “voce profetica che ha accompagnato la ricezione del Concilio in Italia”.

Sorge era nato il 25 ottobre 1929 a Rio Marina, Isola d’Elba, da genitori di origini catanesi. Nel 1946 entrò nella Compagnia di Gesù e nel 1958 venne ordinato sacerdote. Fu accanto a San Paolo VI collaborando in particolare, nel 1971, alla stesura della lettera apostolica Octogesima adveniens dove, tra l’altro, si ribadisce che per un cristiano l’azione politica deve essere “intesa come servizio”. È proprio in questo spirito che negli anni Ottanta il gesuita sostenne l’impegno dei cattolici in politica con l’obiettivo di riformare dal di dentro la Democrazia Cristiana. Quando arrivò nel capoluogo siciliano, nella seconda metà del decennio, insieme con padre Ennio Pintacuda e con il movimento Una Città per l’Uomo, divenne uno dei principali artefici della Primavera di Palermo di Leoluca Orlando. “Non mi sono mai fermato”, ha raccontato lo stesso Sorge facendo un bilancio della sua vita a 90 anni. E ha aggiunto: “Per me è stata una consolazione immensa aver vissuto in prima persona la Primavera di Palermo. La mafia mi voleva uccidere ma non ci è riuscita. Ho avuto la scorta per sette anni, il mio capo scorta Agostino Catalano è saltato in aria con Borsellino. Si era offerto perché mancava personale”.

Nel 1997, conclusasi la sua esperienza siciliana, era tornato a Milano, presso il Centro San Fedele di cui fu responsabile fino al 2004. Fu anche direttore delle riviste Aggiornamenti sociali, dal 1997 al 2009, e Popoli, dal 1999 al 2005. Ritiratosi a Gallarate, nella stessa comunità di gesuiti anziani in cui ha vissuto i suoi ultimi anni il cardinale Martini, anche a 90 anni padre Sorge continuava a girare l’Italia per conferenze, a pubblicare nuovi libri e a far sentire la sua voce nel dibattito pubblico. Ma Palermo gli era rimasta nel cuore: “L’esperienza più drammatica e bella della mia vita apostolica è stata quando ho visto una catena umana di tre chilometri, uomini e donne, giovani e vecchi che si davano la mano attraversando la città e dicendo ‘basta con la mafia’ dopo le stragi del 1992. Prima di arrivare a Palermo la gente invece aveva paura di nominare la parola mafia. Si guardava intorno mentre parlava. Poi ho visto le lenzuola alle finestre dei quartieri popolari di Palermo. Quella fu veramente una vittoria”.

Significativo è l’editoriale su Aggiornamenti sociali del maggio 1999 dal titolo “Non è più tempo di ‘storici steccati’”. In esso, Sorge affermava che è fuorviante definire confessionale il confronto su alcuni grandi temi di natura etica e culturale. Alle obiezioni della cultura laica, che nega ogni rapporto tra legge civile e legge morale e che ritiene impossibile coniugare la coerenza cristiana con la laicità della politica, per Sorge, la Chiesa e i cattolici rispondono non più innalzando storici steccati, ma dialogando lealmente sul piano razionale e della coscienza. Lo sguardo di padre Sorge, grande amico e confidente del confratello gesuita divenuto Papa, era sempre proteso verso il futuro. Per i suoi 90 anni aveva scritto il libro, che considerava il suo testamento spirituale, intitolato I sogni e i segni di un cammino. Per il gesuita, infatti, sono tanti i “segni spirituali” che hanno illuminato la sua lunga esistenza e tre sono i “sogni” (della santità, di una Chiesa rinnovata e di una città a misura d’uomo) che hanno animato la sua azione.

Sorge era convinto che la società di oggi “sta vivendo una crisi che non è normale. Non è una crisi di congiuntura ma è strutturale perché sta finendo una civiltà industriale, specialmente da noi in Europa e Occidente, per lasciare posto a una società tecnologica post moderna. Non abbiamo più gli schemi. La nostra generazione deve inventare strade nuove con il rischio di sbagliare perché i modelli di ieri non ci servono più. E i modelli di domani non li abbiamo ancora, dobbiamo inventarli noi. È un momento di discernimento della società”. E aggiungeva: “Il vero problema al quale ho dedicato larga parte della mia vita era formare i giovani all’impegno politico ma in modo nuovo. Non più nel modo ideologico perché le ideologie sono state tutte smentite dalla storia. Il Concilio ha aperto nuovi modi di presenza dei cattolici non più in un partito, anche se è legittimo farlo, ma come dice Papa Francesco nell’enciclica Evangelii gaudium impegnati con tutti gli altri uomini di buona volontà per fare il bene di tutti. Questa era anche l’idea di don Sturzo: liberi e forti, no credenti e non credenti. In questo ancora non ci siamo ma sono ottimista perché la fede illumina e suggerisce la storia. Ma al momento non abbiamo ancora trovato la soluzione”.

Twitter: @FrancescoGrana

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