Nei giorni del quarto anniversario delle grandi scosse di terremoto che hanno stravolto il Centro Italia si fanno i conti. Si guarda a quel che è stato realizzato. Anche per quel che riguarda il Patrimonio storico-artistico. Tra restauri e salvataggi di opere d’arte.

“Il recupero più importante è stato quello effettuato per i beni mobili sottratti alle macerie ed ora conservati nei 34 depositi, in parte direttamente gestiti dal Mibact ed in parte dalle Diocesi. Su complessivi 30.704 beni mobili recuperati, di cui molti non hanno danni riconducibili al sisma ma sono stati messi in sicurezza in via preventiva per evitare il loro danneggiamento per scosse future o esposizione a rischi ulteriori, sono stati eseguiti interventi di messa in sicurezza su 1882 e sono ad oggi 163 gli interventi di restauro completati e in corso”.

La direttrice Marica Mercalli, della Direzione Generale per la Sicurezza del Patrimonio culturale del Mibact, ha fornito un resoconto sulle attività svolte nelle fasi emergenziali conseguenti al sisma del 24 agosto 2016 e successive repliche in Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Un resoconto articolato, organizzato in tabelle di dettaglio e di riepilogo, nelle quali trovano spazio i “beni immobili”, i “beni mobili”, i “depositi di ricovero dei beni recuperati”, oltre alla “selezione delle macerie”.

Un lavoro quasi titanico, in considerazione delle innumerevoli difficoltà incontrate. Per molti motivi. Un lavoro tutt’altro che terminato, come si sa. “Oggi si può dire che le più importanti operazioni di emergenza siano ultimate anche se in alcune zone, come quella del reatino e quella delle Marche meridionali, il grandissimo fronte della distruzione prodotto dagli eventi sismici determina la prosecuzione di operazioni ‘emergenziali’ affidate alle Soprintendenze territorialmente competenti”, ha affermato la direttrice.

Ma le cifre presentate dalla Mercalli meritano rispetto. Oltre che considerazione. Insomma il necessario sostegno, anche per quel che riguarda le risorse umane in campo. Altrimenti, si rischia di vanificare quel che si è fatto. In caso contrario le reiterate promesse del ministro Franceschini mostreranno la loro vacuità.

Però i segnali che provengono almeno dall’Umbria sono tutt’altro che incoraggianti. “La ricostruzione post terremoto la vivo quasi come un dramma. La Soprintendenza ai Beni culturali dell’Umbria ha una struttura inadeguata nel numero di personale a disposizione e non siamo in grado di far fronte alla valanga di richieste di autorizzazione che ci arriveranno”, ha dichiarato all’Ansa la Soprintendente ad interim Rosaria Mencarelli.

“Ho soltanto tre funzionari tecnici che si occupano delle autorizzazioni da rilasciare per il recupero del patrimonio ferito dal sisma. Mi chiedono aiuto ogni giorno, dovremmo avere in organico 121 persone, siamo appena 54, ma il problema va al di là dei numeri, con l’attività in essere e con quella che ci attenderà rischiamo di implodere, così la Soprintendenza umbra muore”, ha aggiunto la Soprintendente.

La questione è grave. Peraltro da tempo. Tanto più che la necessità di provvedere ad un rimpolpamento dell’organico in forza alle Soprintendenze non riguarda soltanto l’Umbria. Insomma non è imputabile alla pandemia. Il rischio non è soltanto quello di mandare alle ortiche quel che si è salvato dal terremoto, ma di lasciare sguarniti i presidi sul territorio di tutela e valorizzazione. Possibile che accada davvero?

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