Milano non si ferma. E il Covid, quello si ferma? Chissà, pare. Almeno per qualcuno sembra vada così. Perché la capitale economica del Paese deve fatturare. E chi se ne importa della salute delle persone.

A molti di noi – a chi vive a Milano ma non solo – sembra un film già visto. Era il 27 di febbraio quando il sindaco Giuseppe Sala esortava i cittadini a uscire per “l’ape” sui rooftop o ai Navigli e rilanciava, sui propri social, il video #Milanononsiferma. Dodici giorni dopo, il governo scelse il lockdown nazionale.

Oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex commissario di Expo ribadisce il concetto: “No al lockdown”. Peccato che in mezzo, dopo il primo errore – comprensibile, chi non ha sbagliato all’inizio dell’emergenza? – abbiamo vissuto sulla nostra pelle, specialmente al Nord, le tragiche conseguenze della pandemia. Insomma, errare è umano, perseverare…

L’elemento che mi ha impressionato, nell’intervista, è che Sala, per spiegare la propria posizione, tiri in ballo “un amico virologo” (sic) che gli ha detto che “ieri a Milano avevamo 80 pazienti intubati, 201 in Lombardia”. Ma le giornaliste che lo hanno intervistato – Milena Gabanelli e Rita Querzè – correggono il sindaco, in una nota, specificando che “i ricoverati in terapia intensiva erano 271, e in un solo giorno a Milano ne sono entrati 44”.

Peraltro il riferimento all’amico virologo mi ha fatto ricordare quando Sala se la prese coi fantomatici giovani assembrati ai Navigli a inizio maggio. Allora il sindaco minacciò di “chiudere tutto” dopo che era stato pubblicato un video girato dalla Darsena in direzione Naviglio Grande (almeno 700 metri di via) col teleobiettivo. Qual era, in quell’occasione, la sua fonte? Per caso il capo della polizia locale, Marco Ciacci, che grazie ai suoi agenti aveva osservato la situazione e, addirittura, comminato sanzioni? No. Erano “le immagini di ieri, vergognose”. Cioè il video.

La verità è che la pandemia ha mostrato quanto le virtù della città-modello-per-il-resto-d’Italia fossero semplicemente dei cartonati abilmente disegnati (e venduti). Fino a pochi mesi fa Milano era la smart city per eccellenza, qualunque cosa significhi. Nella classifica del Sole24Ore, dove ovviamente risultava essere il posto migliore in cui vivere nel nostro Paese, sbaragliava la concorrenza nell’ICityRank: l’indice della città più smart, per l’appunto.

Poi però il coronavirus ha spazzato via tutto. E allora addio business plan e client; addio headquarter e skill; addio workshop e, udite udite, smart working. Già, perché Beppe Sala, il 19 giugno, del lavoro da remoto si era già stufato: “Basta con lo smart working, ora è il momento di tornare a lavorare. A la-vo-ra-re”.

Ma in questi mesi il sindaco ha fatto qualcosa per riorganizzare la città in vista della – prevedibile – seconda ondata? Ha, per esempio, pianificato il trasporto pubblico locale per evitare gli assembramenti nelle ore di punta, di fronte ai quali la tanto demonizzata “folla” sui Navigli di inizio maggio pare essere una riunione di condominio di Yupik? E non ditemi che qualche migliaio di monopattini o la ciclabile in corso Buenos Aires siano sufficienti.

Dal punto di vista politico, l’impressione che ho è che Sala voglia attendere il governo o, alla brutta, Attilio Fontana. Intestarsi una misura così divisiva e per certi versi impopolare come il lockdown significherebbe tranciare sul nascere qualsiasi possibilità di rielezione a Palazzo Marino. E allora aspettiamo. Come abbiamo fatto con la Valle Seriana. Aspettiamo ancora due settimane. Aspettiamo che torni marzo.

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