C’è dell’ebbrezza in Danimarca. E Thomas Vinterberg non perde l’occasione di tradurla nel suo cinema provocatorio, anche sotto le sembianze di buddy movie, o meglio di dramedy alcolico intelligente e piacevole, mirabilmente estraneo al politicamente corretto.

All’origine di Un altro giro (in originale Durk) è la teoria curiosa quanto seducente dello psicologo norvegese Finn Skårderud, secondo il quale l’uomo nasce con una carenza di alcol di 0,5 nel sangue. Colmare quella lacuna attraverso un’assunzione costante di sostanze alcoliche durante l’attività lavorativa implicherebbe, secondo la suddetta teoria, la creazione di quell’equilibro ideale che permette all’essere umano di godere della scintilla performativa perfetta, una sorta di punto G(eniale) del cervello. D’altra parte appartiene alla Storia che carismatici capi di stato come Winston Churchill vinsero la guerra mezzi sbronzi, al Primo ministro di Sua Maestà appartiene la famosa frase “Non bevo mai prima di colazione”.

Tutta comunque da dimostrare, la scoperta dello scienziato diventa l’attrazione fatale di quattro docenti di liceo di mezza età, alquanto annoiati e depressi dalla vita, ancor più dall’insegnamento, ciò nonostante desiderosi di riscoprire emozioni sopite. Gli occhi e le aspettative sono puntate soprattutto su Martin (un meraviglioso Mads Mikkelsen capace qui di esplorare ogni registro attoriale) che si trasforma da uomo apatico demotivato in istrionico prof e marito dagli accesi desideri allorché inizia la sua “terapia”.

“In realtà è un film sulla perdita di controllo, una vera battaglia al controllo che tanto regna nel nostro Paese ma credo ovunque”, spiega il regista, aggiungendo il “paradosso che per quanto il mestiere del fare il cinema abbia a che fare, in realtà, con il tenere tutto sotto controllo, questo film si è ribellato fin dall’inizio: tutto è andato in frantumi, era come una strana belva che non voleva essere domata”.

Un altro giro è un’opera che conquista, stuzzica il palato facendo comprendere pregi e virtù del bere senza retoriche di contorno: la macchina da presa dell’enfant prodige di Festen nonché fautore del noto Dogma ’95 riesce, come nei suoi migliori film, ad evitare giudizi perché l’obiettivo è puntato sull’arte cinematografica che abbraccia (e giammai subisce) l’esperimento antropologico-socio-collettivo: la sfida ai limiti dell’umana specie, gli effetti del contagio reciproco, l’alimentazione del dubbio e del sospetto, giusto per non trascurare uno dei titoli più riusciti dell’accoppiata Vinterberg/Mikkelsen. In Un altro giro si gode l’escalation dell’amplificatore alcolico sui “caratteri” messi in campo: una vera banda d’amici che non si limita a ricordare i fermenti giovanili ma si appresta a riviverli sui propri corpi non più vigorosi, quei Mariti che Cassavetes rese immortali oltreoceano e che Vinterberg ora osserva amorevolmente – forse – con un po’ di invidia. La loro complicità quasi adolescenziale sembra “fermentare” al pari della magica sostanza da cui sono sedotti, e liberandosi dai demoni ossessivi e dalle nordiche inibizioni, questi novelli principi di Danimarca si elevano a ragazzacci scorretti e pericolosi, capaci anche di accettare la morte come monito del limite insuperabile. Un altro giro – reduce del recente trionfo al BFI London Film Festival e che vedremo prossimamente nelle sale italiane per Movies Inspired – ci ricorda che, per fortuna, “il mondo non è mai come ve lo attendete”. E neppure il cinema.

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