Durante questi lunghi mesi di pandemia credo di aver detto con chiarezza di considerare la Didattica a distanza qualcosa che con la scuola vera ha poco a che fare, una soluzione emergenziale, dalla quale rifuggire quanto prima, poiché, di fatto, lede alla base un diritto costituzionale, il diritto allo studio, trasformando l’insegnamento in una sorta di corso d’aggiornamento a distanza, incapace di dare ai nostri studenti ciò di cui hanno realmente bisogno.

Il 10 settembre scorso, però, come qualcuno dei miei lettori forse ricorda, ho detto, in questo blog, qualcosa di molto diverso e cioè, che stante le condizioni attuali delle scuole italiane, dei nostri trasporti pubblici e del sistema di sanità nazionale, era necessario lasciare alla scuola soltanto le sue funzioni di welfare, passando alla DAD per le scuole superiori e tenendo in presenza soltanto i gradi inferiori di istruzione per alleggerire le famiglie del peso dell’accudimento dei più piccoli e immaginando soluzioni diverse per gli studenti più fragili, con certificazione della legge 104.

La contraddizione è soltanto apparente: ciò a cui ci troviamo davanti è una tristissima alternativa tra due basilari diritti, quello allo studio, per l’appunto, e quello alla salute e tra i due non può che prevalere il secondo. Meglio asini vivi, che primi della classe morti.

Vedo che oggi ne parlano in tanti, governatori e sindaci, credo che abbiano ragione, anche se fa specie che a dirlo adesso siano proprio loro, che, in qualche modo, sono i corresponsabili di questa situazione.

Vi spiego perché.

1. Le condizioni delle scuole italiane di ogni ordine e grado sono rimaste sostanzialmente quelle di prima della pandemia. Fatta la tara di tutte le roboanti promesse, le classi pollaio sono tuttora dei pollai, la carenza di insegnanti e personale ATA è la medesima (cioè di decine, centinaia di migliaia di unità), gli spazi a disposizione non sono certo aumentati in proporzione sufficiente, mentre a giorni sulla testa delle scuole precipiterà anche il meteorite di un concorso la cui organizzazione rischia di dare il colpo di grazia al già periclitante castello di deroghe e deroghe alle deroghe su cui tutto si sta sinora sostenendo.

D’altra parte, la nostra scuola pubblica era a un passo dalla catastrofe già prima del Carogna-Virus e non si riesce a immaginare perché dovrebbe star meglio durante la pandemia, stante il nulla che si è fatto. Abbiamo avuto mesi (tra marzo e settembre) per fare qualcosa, ma nessuno ha fatto nulla: non il Ministero, impegnato per mesi a produrre circolari in burocratese capaci soltanto di far confusione, non gli enti locali, che hanno aspettato sino a settembre per dare qualche timido, timidissimo, cenno di vita, non i sindacati, che pure avrebbero avuto ragione di alzare la voce e battere i pugni sul tavolo per più di una ragione e non solo per il concorso. Avremmo dovuto reperire spazi, assumere personale, implementare una piattaforma pubblica per lo svolgimento della Dad.

Abbiamo fatto poco più che comprare qualche computer, meglio se della Google (Chromebook), distribuire qualche soldo per comprare astucci penne e matite e, certo, comprare qualche centinaio di migliaia di banchi nuovi, con rotelle e senza, i quali non sono riusciti nel compito, magico, che era stato loro assegnato: trasformare spazi angusti e spesso insicuri e insalubri in grandi saloni da ballo.

Non mi pare abbastanza per affermare che qualcosa sia cambiato.

2. Tutto il sistema di infrastrutture che ruota attorno alla scuola non è stato implementato in alcun modo: dai trasporti pubblici, che sono i medesimi di sempre, con torme di studenti che li affollano nelle stesse ore in cui i loro genitori si recano al lavoro sui medesimi bus, treni e metropolitane, alla sanità di prossimità: non siamo stati in grado di garantire nemmeno un medico per ciascuna scuola. Tra poco arriveranno i tamponi veloci e vedrete che a somministrarli saranno chiamati gli insegnanti e i bidelli. Tanto sono facili da usare.

3. In realtà, a parte qualche realtà particolarmente fortunata, o governata da Dirigenti pasdaran, disposti a tutto pur di dar soddisfazione al Ministero, la DAD, sia pure rinominata DID, è già dovunque, tra istituti che turnano e altri che semplicemente e inevitabilmente si arrendono all’evidenza ed altri ancora che si inventano soluzioni un po’ bislacche (io per esempio stamane ho fatto lezione a un gruppo di 15 studenti, mentre altri 6 seguivano la mia lezione, su schermo, ovviamente via GoogleMeet, dall’aula accanto.

4. La comunicazione mainstream (Galli della Loggia in testa) non ha perso occasione per insolentire e a volte calunniare gli insegnanti e il personale tutto, probabilmente allo scopo, commendabile, di stimolare il nostro amor proprio di incorreggibili poltroni e mangiaufo a tradimento.

Prendiamone atto, l’unica ragione per non chiudere è evitare di smentire i proclami di Viale Trastevere, ma proteggere la poltrona di una Ministra così imprudente e inadeguata, che è poi solo l’ultima di una lista lunga e assolutamente bipartisan, non è una buona ragione per far crollare tutto definitivamente, facendo partire nuove, incontrollabili ondate virali.

Andiamo in didattica a distanza per le Superiori, oggi, e diamoci, per domani, un obbiettivo chiaro, realistico, fattibile, indispensabile: riprendere a settembre 2021, con edifici adeguati e giustamente dimensionati, con il personale necessario, con una rete di trasporti organizzata per favorire la mobilità studentesca, sottraendola ai flussi normali, con una sanità di prossimità integrata alle sedi educative, con una piattaforma digitale pubblica su cui poter fare conto per ogni eventualità futura.

Noi insegnanti ci metteremo del nostro e anche di più, come sempre fa la maggior parte di noi, voialtri, lì fuori, politici, tecnici, economisti, scienziati, ingegneri, fate il vostro. Ma fatelo per davvero, stavolta.

Vedrete che così, pandemia o non pandemia, a settembre 2021 non ci saranno tanti coccodrilli come oggi, a piangere appena dopo aver divorato il proprio coccodrillino. Scommettiamo?

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