“Io non vi chiederò un cazzo, ma voi non rompete il cazzo a me”. Schietto e dirompente più che mai, Paolo Rossi è pronto a tornare al Piccolo Teatro Strehler di Milano con il suo nuovo spettacolo “Pane e libertà“. Il debutto è in calendario martedì 13 ottobre e lui, che da Milano manca oramai da quattro mesi, inizia a sentire la tensione. Sì, perché questo spettacolo “parla proprio per un 30-40% di quello che sta succedendo al Piccolo“: il direttore Sergio Escobar ha dato le dimissioni in estate dopo le critiche delle maestranze alla sua gestione e da allora è iniziato lo scontro per la nomina del suo successore. Da una parte ci sono Ministero e Comune, appartenenti alla stessa coalizione, dall’altra la Regione in quota Lega. A fine luglio i rappresentanti della Regione avevano disertato una prima volta la votazione del consiglio di amministrazione e lo scorso 16 settembre, per la seconda volta, la Regione non si è presentata alla riunione del cda, che avrebbe potuto nominare a maggioranza assoluta il nuovo direttore, prolungando così la situazione di stallo.

“Sono tutti giochi politici fatti escludendo teatranti, tecnici e artisti che vengono emarginati da chi dice di amare il teatro ma, di fatto, odia il pubblico – dice Paolo Rossi a Ilfattoquotidiano.it -. Ora come ora il Piccolo avrebbe bisogno di un fuoriclasse, di un campione da ‘Serie A’, usando una metafora calcistica. Il problema però è che i campioni ci sono certo, ma quello che manca è proprio il campionato. Da vent’anni a questa parte non ci sono più squadre da ‘Serie A’, ci siamo solo noi di ‘Serie B’, che, tutto sommato, ci difendiamo. Ne parlo nel mio spettacolo. Certo è un bel rischio, calcolato, ma sempre un rischio. Soprattutto alla Prima. È anche per questo che per la prima volta dopo decenni ho dei dubbi, non so come potrebbe reagire il pubblico del Piccolo. Infatti penso proprio che metterò subito le cose in chiaro specificando: ‘Segue dibattito'”.

Ma non solo. In “Pane o Libertà” Rossi parla anche della condizione in cui si trovano ora gli attori di teatro, “a un passo dal finire a vivere ‘sotto i ponti’“: “Il punto di partenza è un consiglio che mi diede anni fa Dario Fo: ‘Per un artista rubare è da geni, copiare è da coglioni’. E così io ho rubato un’infinità di storie, a Dario ma anche a tutti gli altri miei maestri, primo fra tutti William Shakespeare, che non solo è stato il “dio dei ladri” ma si è trovato anche lui nella stessa situazione di fare teatro in tempo di pandemia, all’epoca, con la peste”. Incontrando i grandi maestri di musica e teatro, l’attore unisce stand up applicata al teatro shakespeariano, commedia dell’arte e commedia greca, facendosi accompagnare in scena dalla band degli Anciens Prodiges composta da Emanuele Dell’Aquila, Stefano Bembi e Alex Orciari. Uno spettacolo dirompente, sfuggente alle definizioni di genere e duttile nell’allestimento scenico, che dà voce a un teatro di emergenza che si riappropria del ruolo di ‘contastorie’ per dare conforto agli spettatori. “Giocando con l’illusione di mettermi sul palco rievocherò i miei sogni lucidi, fatti da storie che aiutano a resistere, costretti a scegliere tra il lavoro o la libertà, tra la salute o la libertà, tra pane o libertà (slogan rubato non mi ricordo a quale pagina de ‘La Peste’ di Camus) o a non scegliere proprio”, continua Paolo Rossi.

L’idea è nata nei mesi prima del lockdown ma è proprio nei mesi dell’emergenza coronavirus che l’opera ha preso corpo: “Con un tempismo perfetto, questo spettacolo ha avuto un’evoluzione particolare. L’ho provato infatti nei cortili di Milano, in strada, nelle piazze di quartiere, nei teatri degli oratori. Poi ho avuto la fortuna di accordarmi con il Teatro Stabile di Bolzano e da tre mesi siamo qui in 12 a fare le prove. Questo spettacolo si è evoluto con il pubblico che lo vedeva, perché io faccio il teatro popolare, che è fatto proprio con il pubblico, non per il pubblico. Ora mi preparo al debutto al momento giusto. Davvero, perché io che ho fatto teatro popolare per anni, scontrandomi con chi invece vede il teatro come un ‘acquario’, ora mi trovo nella situazione di poter fare il mio spettacolo ovunque. Se dovessero richiudere i teatri tornerò a esibirmi nei cortili. Recito con il pubblico, il mio palco è ovunque ci sia qualcuno disposto a seguirmi”.

“Il teatro popolare mi ha portato ad avere sempre il massimo rispetto per il pubblico: che a vedermi ci siano 2 o 2000 persone per me non fa differenza – prosegue Rossi -. Dò sempre il massimo e di certo io e la mia compagnia non ci offendiamo se non c’è il pienone. E lo stesso vale per la location: non solo ogni teatro vale uguale ma, anzi, ogni piazza, ogni cortile o strada sono per me un palcoscenico degno. Non conta il numero di spettatori né il nome del posto: l’impegno e l’emozione sono sempre gli stessi. È un dibattito, c’è interazione e coinvolgimento anche con una persona sola. E sono rimasto molto colpito quando, dopo uno spettacolo in un cortile durante il lockdown, uno degli spettatori che ci guardavano affacciati ai balconi mi ha gridato ‘grazie’. Non ‘bravo’ ma ‘grazie’. E per me è stato il complimento più bello, perché vuol dire che il mio spettacolo ha toccato davvero la sua vita, la ‘quarta parete’ è stata abbattuta del tutto. E anche se del teatro sembra non fregare nulla alle Istituzioni e noi teatranti siamo tornati all’antica condizione dei saltimbanchi, tenuti ai margini della società, alla gente le storie che raccontiamo dicono ancora qualcosa”.

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