L’Unione europea vuole accelerare sul salario minimo. E in attesa del provvedimento della Commissione, previsto entro fine ottobre, il Parlamento Ue si sta muovendo per spingere il dossier. L’ultimo segnale è un’analisi degli uffici tecnici dell’assemblea di Bruxelles, diffusa a fine settembre, che fa il punto della situazione: “Il Parlamento europeo”, si legge, “spinge per un intervento legislativo che assicuri equi salari minimi“. E questo perché “la crisi Covid ha reso urgenti politiche per stabilizzare i redditi attraverso un mix di salvaguardia dei salari e uno schema di reddito minimo adeguato, entrambi considerati prioritari sotto la presidenza della Germania”. Durante il lockdown, “i lavoratori in prima linea” sono stati anche coloro che avevano salari più bassi e in loro tutela, si legge nel documento, è necessario intervenire. La prossima mossa ora spetta alla Commissione Ue: secondo fonti interne riportate da Politico.eu, l’obiettivo è quello di preparare una direttiva che possa permettere l’adozione di “regole vincolanti” già nelle prossime settimane. La proposta richiederà naturalmente “diversi approcci sulla base dei sistemi nazionali”. I Paesi che hanno già un salario minimo obbligatoriodovranno verificarne l’adeguatezza” sulla base di una serie di parametri. L’alternativa alla direttiva è quella di mediare al ribasso per una raccomandazione.

Lo studio del Parlamento Ue – Lo studio da cui la commissione Lavoro del Parlamento Ue inizierà la discussione sul tema ribadisce come il salario minimo, già adottato da 22 Paesi europei, sia in alto nel “ranking di priorità dell’agenda di tutte le tre istituzioni europee”. “Malgrado il trend positivo di prima della crisi Covid-19, i lavori sottopagati e le condizioni di povertà lavorativa rimangono una sfida in Europa”, si legge. “Dal 1919, il concetto di equo compenso è stato spinto dalla International Labour organisation e dalle Nazioni unite”. Ed è “ancorato nel pilastro europeo dei diritti sociali”. A rilanciarlo come priorità è stata la stessa presidente della commissione Ue Ursula Von der Leyen durante il discorso sullo Stato dell’Unione a metà settembre: “Tutti nell’Unione devono avere i salari minimi. Funzionano ed è giunto il momento che il lavoro ripaghi”, ha detto. Ora, si tratta di tradurre quella che è una volontà in chiave operativa: “L’obiettivo è che gli Stati membri abbiano una cornice nazionale basata su criteri chiari, che eliminano le indebite esenzioni e provvedono ad aggiornamenti regolari”, scrivono i tecnici nello studio che sarà discusso dagli eurodeputati.

Il Parlamento Ue chiede un intervento legislativo, ma tenendo presente che “l’iniziativa dovrà rispettare le tradizioni nazionali, in particolare il ruolo dei contratti nazionali“. E in questo senso, la commissione Ue ha più volte specificato che il provvedimento adottato non interverrà direttamente “sul livello di salari minimi attraverso l’Ue e rispetterà le tradizioni nazionali, l’autonomia delle parti sociali e la libertà della contrattazione collettiva”. Dunque i Paesi che pur non avendo il salario minimo hanno un’alta percentuale di lavoratori coperti dai contratti collettivi, come l’Italia (80% circa), non verrebbero forzati a cambiare modello. Ma dovrebbero prevedere un minimo garantito per chi è scoperto: di solito si tratta dei precari, meno sindacalizzati e molto spesso mal pagati.

Le posizioni e il risultato dei lavori della commissione Ue – Negli scorsi mesi la commissione ha avviato una fase di consultazioni con i vari attori in campo. Come riassume lo studio, “le posizioni degli stakeholder divergono”. Innanzitutto, la maggior parte dei sindacati in Europa si sono detti a favore di un’iniziativa europea. La European trade union confederation ha chiesto che però si intervenga in maniera “più ampia sulle politiche salariali” e si “rafforzi il meccanismo di contrattazione collettiva”. Per il sindacato, partendo dal presupposto che “l’aumento del salario minimo al 60 per cento del salario medio” è il requisito fondamentale, questo presupposto rimane insufficiente. Nonostante ciò l’83% dei membri dell’Etuc si sono espressi a favore dell’azione della commissione Ue. Sul fronte dei datori di lavoro, il quadro è diverso: le Confindustrie di tutti i Paesi sono contrarie e la lobby europea BusinessEurope chiede che si tenga conto di “produttività e competitività”. Parole d’ordine care a Carlo Bonomi, nuovo presidente di viale dell’Astronomia. Le piccole e medie imprese sono più di supporto perché “considerano il salario minimo come un fattore per evitare la competizione sleale sul mercato del lavoro”. Infine gli stakeholder nell’ambito delle politiche sociali (European anti-poverty network e Social platform) si sono espressi perché siano alzati i livelli dei salari minimi: questi dovrebbero, spiegano, “proteggere effettivamente contro la povertà” mantenendo “incentivi per tenere alta l’occupazione”. Quindi, è la richiesta, dovrebbero non essere discriminatori per i vari settori.

I diversi “salari minimi” in Europa e gli effetti del Covid – Tante le domande che rimangono aperte e i quesiti da risolvere. “Le ricerche dimostrano una enorme varietà di pratiche di salario minimo in Europa e mostrano un gap considerevole in termini di copertura e adeguatezza per garantire una vita decente”, si legge nel report del Parlamento Ue. È un aspetto cruciale: un grafico contenuto nel documento mostra che i salari minimi mensili dei 22 Paesi europei che già li hanno introdotti sono inferiori ai minimi contrattuali vigenti negli Stati senza salario minimo, come l’Italia. Questo però non tiene conto del fatto che due terzi dei contratti collettivi vigenti in Italia sono “pirata”: si tratta di contratti stipulati tra sindacati e aziende scarsamente rappresentativi, che impongono ai lavoratori retribuzioni peggiorative rispetto ai contratti di settore. Si apre quindi la questione di come stabilire il livello adeguato, che deve tener conto delle diverse realtà e dei diversi Paesi. Inoltre, continua il briefing, “le rilevanti disparità di costo della vita tra zone rurali e urbane lasciano aperta la questione sull’effettiva correttezza di stabilire un unico salario minimo nazionale”.

Ma al di là delle perplessità, conclude lo studio, il Covid ha reso necessario un intervento anche perché ha mostrato la necessità di tutelare i lavoratori che più spesso vengono sottopagati: “Il lockdown per il Covid ha messo al centro della scena la fornitura di servizi essenziali di qualità, dato che hanno permesso alle società di funzionare nonostante le chiusure. Molti dei lavoratori in prima linea svolgono lavori sottopagati come: addetti alle pulizie, addetti ai centri logistici, commessi, camerieri, operatori sanitari, lavoratori in agricoltura e aziende alimentari, corrieri, lavoratori dei trasporti pubblici o operatori ecologici. Molti di questi lavori soffrono per le condizioni precarie, come la paga bassa, e in parte per mancanza di protezione sociale e sanitaria. Inoltre, in un contesto di recessione, i salari congelati e i tagli sono comuni come la recessione dopo il 2008 ha dimostrato. Al tempo stesso, molti lavoratori con bassi salari sono stati colpiti dalla perdita del lavoro”. Per questo l’agenzia Ue Eurofound in un recente rapporto “conclude che le politiche di salario minimo sono un importante elemento in un mix di politiche di stabilizzazione per far fronte agli effetti del Covid-19. Secondo Eurofound, quasi il 40% degli intervistati ha riferito che la sua situazione finanziaria è peggiorata”. E, in questo senso, “le politiche di reddito minimo” come il reddito di cittadinanza e schemi simili già in vigore in tutti gli altri Paesi Ue saranno “equamente importanti”. A livello europeo “saranno promosse nel corso della presidenza tedesca del consiglio europeo”.

Il fronte italiano – L’accelerazione sul fronte europeo è stata accolta con favore dal Movimento 5 stelle, che sul salario minimo spinge fin dalla campagna elettorale: “Non possiamo che essere più che soddisfatti”, ha commentato l’europarlamentare M5s Daniela Rondinelli, “che la Commissione europea intenda fare sul serio con una direttiva Ue, ovvero un atto giuridicamente vincolante. Nei Paesi dell’Est Europa non esiste una forte e robusta contrattazione sulla fissazione degli stipendi e questo li comprime verso il basso. Il dumping salariale che ne consegue è la principale causa delle delocalizzazioni che subisce da anni l’Italia. Questa distorsione della concorrenza nel mercato interno deve terminare e il salario minimo è la soluzione giusta, un provvedimento che aiuterà le imprese italiane”. Però i 5 stelle chiedono che vengano rispettati due paletti: “Il salario minimo in ogni Paese dello Stato membro non deve essere inferiore al 60% del salario mediano nazionale e al contempo non deve essere inferiore al salario mediano europeo. Solo così avremo a disposizione uno strumento capace di livellare verso l’alto gli stipendi dei cittadini europei”, ha concluso Rondinelli.

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