Dopo l’incremento degli sbarchi in Sicilia, il Ministero dell’Interno ha annunciato che il numero di migranti tunisini rimpatriati potrebbe raddoppiare. L’Italia è pronta a riportare a casa 600 tunisini al mese moltiplicando i voli charter da Palermo. Ahmed è uno di loro e, dopo esser sbarcato a Lampedusa ad agosto, racconta la sua espulsione.

“Tutte le strade portano a Roma”. Ahmed ha poco più di vent’anni, e questa è l’unica frase che ha imparato a dire in italiano. Non a scuola, ma in un centro di accoglienza del nord Italia: gliel’ha insegnata un operatore, uno dei pochi con cui lui e i suoi amici sono riusciti a comunicare in un francese stentato. Ahmed è tunisino, e il suo nome è stato cambiato per rispettare la richiesta di anonimato: in nome di una vecchia legge approvata sotto il regime di Ben Ali e mai abrogata, chi lascia il territorio tunisino illegalmente rischia ancora il carcere. Anche se dal 2011 non viene applicata per i migranti rimpatriati dall’Italia, di fatto chi ritorna nel paese è ancora passibile di arresto. Ahmed, infatti, è uno tra i tanti migranti che durante i mesi estivi hanno deciso di intraprendere la rotta del Mediterraneo centrale per tentare fortuna in Italia. “Io volevo andare in Francia – racconta – lì conosco alcuni tunisini e mi avrebbero aiutato a trovare un lavoro stabile”.

Nella sua cittadina dell’entroterra a sud della Tunisia – lontano dalla capitale in cui i ministri Lamorgese e Di Maio hanno stretto accordi con il governo del suo paese – Ahmed ogni tanto lavora come parrucchiere. È dal salone di un parente dove è ritornato a tagliare i capelli che si racconta a ilfattoquotidiano.it: “Non guadagno uno stipendio mensile, ma giornaliero. Con questi soldi mangio e mi concedo un pacco di sigarette. Ma come posso pensare a formare una famiglia quando vivo alla giornata?”. Per mesi Ahmed ha messo qualche soldo da parte. “C’è voluto del tempo, ma ho risparmiato a sufficienza per partire”. Con partire, intende imbarcarsi. “Mi piacerebbe poter prendere l’aereo, ma quelli come me non ottengono il visto per l’Europa. Non ho nemmeno un conto in banca”. Per chi attraversa il Mediterraneo il prezzo fisso dalla costa tunisina a Lampedusa è di 4000 dinari, circa 1200 euro. C’è chi arriva a spenderne 8000, racconta, o anche di più. Salpare direttamente per la Francia è più rischioso e costa il triplo: per questo ha scelto l’Italia, la rotta meno cara.

“Paura? Non avevo niente da perdere. All’arrivo ho chiamato mia madre, ignara di tutto, e le ho detto: “Mamma sono a Lampedusa!””. Ahmed ha viaggiato di notte insieme ad altri 15 suoi coetanei. Molti li conosceva già. Con il mare calmo, all’alba la piccola barca entrava nelle acque territoriali italiane. Tra il porto di partenza e quello di arrivo ci sono appena 140 chilometri in linea retta, meno della distanza tra Roma e Napoli. Una volta sbarcati, però, Ahmed e i suoi compagni di viaggio capiscono che non seguiranno le procedure riservate a tutti gli altri migranti. Loro sono cittadini tunisini e, in nome degli accordi bilaterali firmati nel 2011 tra Italia e Tunisia e recentemente riconfermati, saranno espulsi nel giro di un mese. “Abbiamo seguito le autorità. Ci hanno spiegato che per prima cosa avremmo dovuto fare la quarantena a causa del Covid-19”. Una volta in Sicilia, Ahmed e i suoi amici vengono fatti salire su un autobus che percorre, da sud a nord, tutto lo stivale. “Abbiamo viaggiato 28 ore senza quasi mai fermarci”. Spostandosi da una città all’altra, Ahmed memorizza la geografia italiana. Capisce di essere “vicino alle montagne, non a Caltanissetta”, dove si trovano invece altri suoi conoscenti. Durante la quarantena la Croce Rossa effettua più tamponi: “quanti? Ho penso il conto! Me ne hanno fatti almeno quattro. Sempre negativi, per fortuna”.

“Dopo 20 giorni di quarantena è arrivata la polizia”, che in dialetto tunisino si pronuncia come in italiano, fa notare Ahmed. “La polizia ci ha dato un foglio e ci ha fatto firmare. Non ci hanno detto perché, bisognava firmare e basta. Non si poteva dire di no. Io pensavo che fosse per il permesso di soggiorno dei sette giorni, gli altri avevano capito che fosse un foglio per uscire dal centro”. Dopo aver firmato rapidamente, Ahmed e i suoi compagni di viaggio vengono portati in quella che tra loro chiamano “prigione”. “Ma io e i miei amici non avevamo fatto niente di male, chiedete agli operatori – racconta-. Non avevamo fatto nulla”. Ahmed non capisce dove si trova, ma ricorda solo l’assenza di spazi aperti, i militari ed una situazione di tensione che gli impedisce di dormire la notte. “Che posto è quello?”, chiede. “Alcuni amici mi hanno spiegato che loro avevano spazi aperti, potevano perfino fumare una sigaretta ogni tanto. Noi eravamo rinchiusi”. Si riferisce, capirà più tardi, ad un Centro di Permanenza per il Rimpatrio.

Dopo qualche giorno nel Cpr, Ahmed incontra un giudice. “Senza avvocato. Non ce l’avevo”. La procedura è confusa, inizia a capire che cosa sta accadendo. Sarà costretto a tornare indietro. La sera dopo, la conferma: il suo gruppo viene trasferito. “Ci hanno messo le manette, ci hanno portati all’aeroporto e abbiamo preso un volo fino a Palermo”. Così Ahmed ritorna in Sicilia, dove ad aspettarlo ci sono i funzionari del Consolato tunisino di Palermo. “Mi hanno chiesto nome e cognome, mi hanno fatto firmare un altro foglio. Loro sono tunisini come noi, ma non capiscono quello che proviamo. Ci mandano via”. A ogni migrante vengono poi affidati due operatori della polizia appartenenti al Servizio immigrazione, come conferma anche l’ultimo rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale sul monitoraggio di un volo charter per il rimpatrio dei tunisini. “Sul volo c’erano più poliziotti che migranti! Abbiamo tenuto le manette per tredici ore, dal nord Italia fino ad Enfidha. Ma la polizia è stata gentile. In fondo li capisco, quello è il loro lavoro”, dice Ahmed.

Tra l’aeroporto di Palermo e quello tunisino di Enfidha, a pochi chilometri da Hammamet, c’è appena un’ora di volo. “Quando sono arrivato non volevo crederci: appena un mese dopo la mia partenza ero di nuovo in Tunisia, questo paese maledetto e senza futuro”. Ahmed viene registrato, le autorità tunisine gli scattano una foto. Firma una dichiarazione con cui si impegna a non varcare le frontiere europee per cinque anni. “Io ripartirò comunque – ammette – perché qui non posso costruirmi una vita mia. Che cos’altro posso fare? Abbiamo tutti una storia simile, partiamo tutti per lo stesso motivo”. Nel paese maghrebino, specialmente nelle regioni del sud del Paese come quella di Ahmed, il tasso di disoccupazione sfiora il 35% e la crisi sanitaria ha contribuito a peggiorare condizioni di vita già estremamente precarie. Per ora, però, Ahmed è costretto a tornare alle sue abitudini. “Anche perché non ho più un soldo!”, ironizza. Allora taglia i capelli a qualche signora e aspetta. Come lui, tanti suoi coetanei, fratelli, amici hanno provato a prendere il mare durante l’estate: “un mio amico è in un centro a Bari, uno a Torino e uno a Caltanissetta. Io gliel’ho detto: non ce l’avete fatta, vi riportano indietro. Nessuno mi crede. Ci sperano tutti”.

(immagine d’archivio)

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