In Italia quando ai familiari di una vittima innocente di mafia viene riconosciuta una somma di denaro come indennizzo per la grave perdita, su quella cifra, il fisco chiede di pagare una tassa. Soldi che dovrebbero versare i carnefici, tenuti poi a pagare anche le spese processuali.

Succede però che molto spesso chi ha compiuto il delitto risulti nullatenente e oltre a non versare alcun indennizzo alla famiglia della vittima, non sia nemmeno nelle condizioni di pagare le spese processuali che, quindi, vengono addebitate a chi si è costituito parte civile nel processo, cioè le famiglie delle vittime. E’ l’incubo in cui si è ritrovata la famiglia Sarpa che si è vista recapitare dall’Agenzia delle Entrate una richiesta di pagamento di circa 20 mila euro.

Nicola Sarpa fu ucciso la notte di capodanno del 2009, mentre era affacciato al balcone. Aveva 24 anni. Fu centrato da un proiettile vagante sparato dalla figlia di uno dei boss dei quartieri Spagnoli di Napoli, che per quell’omicidio, fu condannata ad 8 anni di reclusione e al pagamento di circa 625 mila euro. “Cifra che non abbiamo mai visto e che non vedremo – ci racconta Valentina Sarpa, sorella di Nicola, vittima innocente di camorra – ma su quella cifra il fisco ci chiede di pagare comunque le tasse, oltre alle spese processuali che chi ha ucciso mio fratello non può pagare”.

Una vicenda che accende i riflettori sul meccanismo della legge sulla tassazione degli atti processuali. “Noi abbiamo chiesto all’Agenzia delle Entrate di annullare questa richiesta che è assurda, soprattutto nella misura in cui il risarcimento non c’è stato – ci spiega Angelo Pisani, avvocato della famiglia Sarpa – ma in generale è una legge che va cambiata per rispetto alle vittime della criminalità organizzata e alle loro famiglie”.

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