di Mattia Zàccaro Garau

È passato un anno da quando Giuseppe Conte, da capo del suo governo bis, a margine dell’assemblea generale dell’Onu a New York, dichiarava: “Dobbiamo inserire nella nostra Costituzione la tutela dell’ambiente, della biodiversità, dello sviluppo sostenibile”.

Difatti, una delle grandi parole assenti nella nostra costituzione è ‘ambiente’. Come per le altre carte scritte nel secondo dopoguerra, anche per la nostra, questa mancanza è causa della scarsa sensibilità di quel periodo al problema ecologico. Lo sforzo di chi sosteneva la necessità di inserire norme di specifica rilevanza ambientale produsse solo riferimenti indiretti, riscontrati oggi dalla giurisprudenza negli articoli 9, 32, 44.

Ma se certamente non possiamo addebitare questo vuoto giuridico ai padri costituenti per ovvie ragioni storiche, possiamo invece attribuirlo in maniera generale a chi successivamente ha omesso una revisione dell’impianto costituzionale pur davanti alla catastrofe ambientale.

Il panorama, in questo senso, sembra essere cambiato. Sempre a latere dell’incontro Onu, Conte ammetteva la necessità di uno stravolgimento radicale dei valori in chiave ecologica – letteralmente un cambio di “paradigma culturale”, eco di quel “salto di civiltà rivoluzionario“ teorizzato dalla giornalista e attivista Naomi Klein. Parole profetiche, o quanto meno programmatiche, dato che due mesi dopo la Camera dichiarava l’emergenza climatica con una mozione a prima firma di Rossella Muroni (LeU), ex presidente di Legambiente.

Così il governo italiano si è impegnato ad utilizzare il filtro-ambientale per qualsiasi suo provvedimento: ogni futura norma dovrà rispettare in maniera preliminare parametri di sostenibilità. Ed è soprattutto questo principio, quello dello sviluppo sostenibile, che il Parlamento si è impegnato ad inserire formalmente nella Costituzione.

In che modo e in quali forme questo avverrà non è stato del tutto chiarito. Certamente andrà superata la vaga divisione di competenze tra Stato e Regioni (al primo la tutela, alle seconde la valorizzazione – come se le due cose non collimassero e non facessero parte di un unico e integrale movimento da portare avanti in maniera unitaria). La spartizione in materia di ambiente, se certamente non è la più rilevante delle modifiche apportate dalla discutibile Riforma del Titolo V del 2001, rischia di essere la più dannosa. L’effetto collaterale del frazionamento di oneri nell’affrontare la sfida ecologica è stato lampante nel rimbalzo continuo di responsabilità tra gli attori interessati.

Ma oggi, mentre ci avviciniamo al primo anno di emergenza-climatica-istituzionalizzata in Italia, ancora immersi nella pandemia di Covid-19, una delle domande preminenti dovrebbe essere quella su come verrà inserita nella nostra Costituzione la questione ambientale.

Anche perché non è un gioco di parole ricordare che ‘costituzione’ è termine polisemantico per eccellenza. Ha a che fare, certo, col diritto. Ma è pur vero che ha a che fare col dna metafisico di tutti noi: in antropologia filosofica si parla espressamente di costituzione umana per indicare la nostra struttura d’essere. Dunque proprio in questa parola, il panorama della Legge (giurisprudenziale) può coincidere col panorama della Giustizia (etica).

E così appare ancora più indifferibile occuparci di questo oggi, ora che è in ballo anche quella sana e robusta, di nostra costituzione.

Ma per far entrare nella Carta la necessità obbligante di un rapporto ecologico con l’ambiente naturale, la riforma dovrà essere il più possibile aperta alla società civile. E come ogni riforma costituzionale che si rispetti, servirà l’azione dell’intero arco parlamentare. Il discorso tra Camere, esperti e popolazione dovrà essere fitto e continuo per risultare davvero proficuo. Stavolta non serve il palco per un comizio, ma il tavolo per un’assemblea.

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