Se qualcuno lo avesse detto solo un anno fa, ci avrebbero creduto in pochi: il governo M5s-Pd esce intatto dal referendum costituzionale e dalle elezioni Regionali. Anzi, per dirla con la voce dei protagonisti, l’alleanza ora è addirittura “rafforzata”. “La verità? Ce la siamo vista bruttissima”, è il commento che girava nei corridoi della maggioranza mentre in televisione scorrevano le prime proiezioni. Invece, è successo: Matteo Salvini ha vinto in 4 Regioni su 7, ben lontano dai suo sogni di cappotto. Quel centrosinistra acciaccato, e più volte dato per morente, non solo ha riconfermato la presidenza in Campania con Vincenzo De Luca, ma ha anche resistito in due Regioni diventate all’improvviso appetibili per le destre: la Toscana presa d’assalto dalla leghista Susanna Ceccardi e la Puglia, fino all’ultimo nelle mira di Raffaele Fitto (e Giorgia Meloni). E’ vero: Liguria, Marche e Veneto (e Val d’Aosta) sono perse, ma alla luce delle vittorie diventa il prezzo minimo da pagare. Alla sera del 21 settembre, il centrosinistra può perfino rivendicare di aver fatto campagna per il taglio dei parlamentari, la più indigeribile delle riforme per molti dei suoi, e di aver vinto. “Ha perso chi voleva far cadere il governo”, ha detto Nicola Zingaretti. La spallata, invocata dal centrodestra non c’è stata e Salvini, che negli ultimi comizi azzardava un “quando sarà premier”, non può che ammettere l’ennesima frenata.

Ma se il Pd esulta, chi insegue ora è l’alleato, un tempo il vero traino dello schema. Il M5s ha portato sì a casa uno dei cavalli di battaglia storici, la riduzione delle poltrone, riuscendo dove in pochi avrebbero osato (costringere i parlamentari ad “autoridursi”), ma ha incassato una vittoria destinata a bruciarsi velocemente. Il controcanto infatti è il tonfo, l’ennesimo, alle Regionali che mai come quest’anno fa malissimo: nel bacino del Sud, la cassaforte grillina di voti, sono crollati intorno al 10 per cento. Ora per i 5 stelle incombono le decisioni sulla leadership e Luigi Di Maio, che sul referendum ha imposto la sua faccia per primo e lo ha fatto libero dall’etichetta di capo politico, è quello che oggi può dirsi vincitore lavandosi le mani su tutto il resto.

Insomma in una delle legislature più anarchiche di sempre, in tempi che (riesumando una parola che tanto andò di moda al tempo dello tsunami M5s) si confermano molto fluidi, la domanda che circola insistente è una sola: e adesso cosa succede? O meglio: il Pd che per un anno ha accettato tutto o quasi dal fronte 5 stelle, cosa chiederà come trofeo per la vittoria? Che si accontenti di un rimpasto o della famosa stagione di riforme (formula dal significato multiforme) è presto per dirlo. Anche perché, neanche troppo sullo sfondo, l’unica variabile capace di cambiare le carte in tavola si chiama Giuseppe Conte. Insomma, potremmo dire che oggi si apre la fase 2 del Conte 2 e se le certezze, come in tutte le epoche politiche sono poche, una c’è ed è incontestabile: Italia viva, che alle Regionali ha raccolto le briciole, se lo sogna di fare l’ago della bilancia.

Cosa chiederà ora il Partito democratico – Dalle parti del Pd basterebbe confrontare le facce di settembre 2019 con quelle di dodici mesi dopo per avere chiaro il terremoto. Prima partito stampella sofferente che ingoia il boccone più indigesto e, pur di non tornare alle urne ed essere travolti, decide di sedere al governo con i 5 stelle al posto della Lega. Poi, esattamente un anno dopo, trionfanti in televisione a raccontare di come sono riusciti a tenersi alcune delle Regioni chiave e rovesciare gli equilibri di governo al tavolo. Sui meriti effettivi di questa operazione si potrebbe discutere a lungo: di sicuro c’è il coraggio (o trasformismo direbbero altri) di aver messo da parte orgoglio e rancore per aprire un dialogo con quelli che erano i nemici giurati. E di averne occupato lo spazio politico: dire Sì al taglio dei parlamentari, seppur tra defezioni e arrampicate sugli specchi, ha impedito a Luigi Di Maio e Vito Crimi di presentarsi in televisione soli a festeggiare per il referendum. Una delle poche battaglie sulla cui paternità nessuno ha dubbi (è dei 5 stelle solo e soltanto), all’improvviso rivendicata anche dal Pd. Zingaretti è quello che al momento si compiace più di tutti: gliene hanno dette di ogni e almeno per qualche giorno può dire che aveva ragione. Ma ora? E’ presto per cantare vittoria: il centrodestra non è sparito dalla scena, anzi. Il Pd per esistere deve far vedere che ha in mente un piano. Il Paese sta affrontando una delle stagioni più difficili della sua storia tra pandemia e ricostruzione: ogni pedina mossa nei prossimi mesi avrà un peso anche e soprattutto a livello elettorale. Il rimpasto è un tema e, lo ha detto il vice di Zingaretti Andrea Orlando pochi giorni prima del voto, per molti dem è necessario. Ma è anche vero che il Pd si affiderà prima di tutto a Conte, figura con cui lavorano anche troppo bene. Di sicuro ci saranno pressioni per i dossier: il Mes, il cosiddetto fondo-Salva Stati, per riformare la sanità pubblica è uno dei pallini dei dem. Lo chiedono i parlamentari, ma soprattutto governatori del peso di Stefano Bonaccini. Poi naturalmente la riforma della legge elettorale, condizione necessaria e sufficiente per il taglio dei parlamentari. Ma anche la modifica dei decreti Sicurezza. Decisivo per capire dove soffierà il vento nei prossimi mesi, vedere da quale priorità Zingaretti deciderà di partire.

I 5 stelle portano a casa una delle battaglie più difficili e ora devono fare i conti con se stessi – I più nostalgici lo hanno ricordato: sembra ieri che il M5s presentava ordini del giorno ed emendamenti per chiedere il taglio dei parlamentari e veniva sbeffeggiato in lungo e in largo. Ora è successo: hanno vinto come non capitava da un po’, eppure non basta per salvarli da loro stessi. Devono dividere il palco con l’alleato di governo e accettare che sui territori la situazione è drammatica. La schizofrenia di leadership è palese e basta vedere le dichiarazioni: prima parla Vito Crimi, capo politico ormai all’ennesimo rinnovo, poi subito Luigi Di Maio che mette la sua faccia sulla vittoria del referendum e non si risparmia la frecciata sul “come sono state decise le alleanze per le Regionali“. Sotto accusa il fatto di non essere riusciti ad accordarsi con il Pd né in Toscana né in Puglia: peccato che Di Maio fino a pochi mesi fa era l’artefice della linea “da soli sui territori fino alla fine”. Ma ora tutto è cambiato: siamo dieci stagioni politiche dopo e il M5s ha bisogno in fretta di decidere una strategia. La scadenza più imminente si chiama Stati generali: il Movimento vive da febbraio scorso con un capo politico supplente, Crimi appunto, la cui scadenza è stata rinviata fino allo stremo. I parlamentari scalpitano: la sola voce che si sarebbe votato online, senza un confronto in assemblea, ha già riaperto svariate faide interne. Nel clima già di tensione ci si è messo anche Davide Casaleggio: il figlio del cofondatore del Movimento viene contestato per il suo ruolo nella gestione della piattaforma Rousseau e lui ha risposto a suon di ultimatum agli eletti e non solo. Il rischio, se non si aprirà un dialogo il prima possibile, è che finisca tutti contro tutti. Il ritorno ai comizi di Alessandro Di Battista per sostenere la candidata M5s in Puglia (che alla fine ha preso un 10 per cento scarso) è stata solo l’ultima manifestazuione di un Movimento che non ha una linea e segue gli umori di chi prende la parola. In tutto questo c’è un silenzio che pesa più di tutti: Beppe Grillo. Se ci si è abituati alla sua lontananza (stanchezza) dalla scena politica, diverso è vedere che per festeggiare il taglio dei parlamentari non ha fatto neanche un tweet. “Io vi voglio bene come a dei figli”, ha detto nell’ultima apparizione pubblica con i 5 stelle. E mai parole sono suonate più come un testamento da leader politico.

Incognita Conte – C’è un altro assente di queste ore, che però mai era stato più presente: Giuseppe Conte. La sua faccia sulla competizione elettorale non l’ha mai messa. Ha detto che avrebbe votato Sì al taglio dei parlamentari, certo. Ma di sicuro non si è sporcato le mani in comizi “compromettenti”: l’incubo era mettere la faccia su una corsa fallimentare e rischiare di andare a picco insieme ai partiti. Quindi il premier si è premurato di stare in disparte. Persino quando, intervistato da il Fatto Quotidiano a tre giorni dalla chiusura delle liste, ha fatto un appello per l’alleanza Pd-M5s alle Regionali, ha specificato di averlo fatto “per l’interesse dei cittadini” e per preservare la continuità con la maggioranza che guida il governo. Insomma, è riuscito con abilità a sembrare quasi un arbitro super partes, mentre a lui quella partita interessava eccome. Non a caso, nel pomeriggio c’è stata una telefonata significativa, quella tra Conte e Zingaretti (oltre a quella Conte-Di Maio): un colloquio che il leader Pd si è premurato di pubblicizzare in lungo e in largo e che apre una nuova fase per i giallorossi. “I dem ci stanno mangiando e Conte è il loro cavallo di Troia”, vociferano le anime più ribelli dentro il M5s. E’ uno scenario troppo catastrofista? Forse. Dire che hanno vinto “i governisti”, non vuol dire automaticamente che il M5s debba sparire. Anzi. Ma vero è che da alcuni mesi c’è una corsa per candidarsi come leader di questa nuovo magma di centrosinistra unito a pezzi consistenti di 5 stelle. Conte ne sarebbe il capo in pectore di diritto, ma non è il solo ad avere queste ambizioni. Ci sono stati svariati movimenti sospetti di personaggi come Stefano Bonaccini e Beppe Sala, ma persino Luigi Di Maio ha capito che se vuole una chance in futuro deve provare anche quella strada. Per ora siamo al retroscenismo con pochi fondamenti, ma la partita dei prossimi mesi sarà tutta qui e tanto dipenderà dal famoso “cosa Conte vuole fare da grande”. E, dopo l’ambizione dimostrata sulla scena nazionale ed europea del premier, in pochi credono al suo “tornerà a fare il mio lavoro”.

Una certezza: Italia viva arranca alle urne – Diciamolo, tra le tante implicazioni che queste elezioni avevano c’era anche quella di pesare un alleato ingombrante come Italia viva. Non dimentichiamolo: Matteo Renzi è stato il primo a dare la benedizione che ha fatto nascere il governo giallorosso e tanto avrebbe voluto anche essere quello capace di farlo fallire. Se però si guardano i risultati elettorali, il suo partito ne esce completamente ridimensionato. La Regione più simbolica? La Toscana. Qui, nella patria dell’ex premier, Italia viva (che correva con +Europa) non va oltre il 4,5 per cento e non può neanche dirsi decisiva per la vittoria del presidente di centrosinistra Giani. E pensare che, nei mesi scorsi si era ipotizzato che Renzi a casa sua potesse arrivare addirittura al 10: una soglia al momento irraggiungibile. Neppure in Campania, dove però sono andati decisamente meglio con circa il 6 per cento, si può dire che sia un obiettivo vicino. In Puglia, terra della ministra renziana Teresa Bellanova, il candidato Iv Ivan Scalfarotto ha preso un drammatico 1,9%. In Liguria, dove hanno abbandonato l’esperimento del candidato unico giallorosso Ferruccio Sansa, si sono fermati al 2,7. Se non bastasse per delineare il quadro, in Veneto la renziana Daniela Sbrollini si è inchiodata a un’imbarazzante 0,6%. Cifre a dir poco deludenti: le minacce di Italia viva non vanno oltre il Palazzo. E nel Palazzo per ora, si gioca un’altra partita.

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