Le previsioni erano nere come la pece. Sulla scorta dell’esperienza seguita alla crisi economica del 2008, uno studio di Svimez del mese di giugno scorso giungeva alla preoccupante conclusione che l’Università italiana avrebbe potuto soffrire una nuova contrazione degli iscritti nell’anno accademico 2020-21.

Infatti, come spiega la stessa Svimez, la precedente crisi economica che si è trascinata fino al 2013 ha determinato un impoverimento delle famiglie italiane a cui è seguito un vero e proprio crollo delle iscrizioni all’Università, soprattutto nel Mezzogiorno dove il tasso di passaggio dalla Scuola superiore è precipitato di ben 8,3 punti. Infatti, nel quinquennio 2008-2013 gli iscritti residenti nelle Regioni meridionali sono scesi di oltre 21 mila unità, riduzione che ad oggi è ancora molto lontana dal riassorbirsi.

È andata un po’ meglio al Nord che ha sofferto della riduzione del tasso di proseguimento degli studi che, però, in virtù della crescita dei diplomati, non è bastata a determinare la flessione del numero complessivo degli iscritti. I dati storici inducevano perciò a prevedere che “l’impoverimento delle famiglie, a seguito della crisi [Covid], si tradurrà, come avvenuto in passato, in una contrazione della spesa destinata agli studi universitari dei figli.” La maggior parte delle università italiane riaprono i battenti entro la fine di settembre, dunque ormai ci siamo.

La indicazioni di carattere generale impartite agli Atenei dal ministro dell’Università Gaetano Manfredi prevedono di venire incontro alle difficoltà degli studenti pendolari a lunga percorrenza e degli studenti stranieri oltre a tenere conto del massimo affollamento consentito delle aule del 50%. Ciò ha condotto, malgrado la volontà di riprendere le lezioni in aula, per lo più ad adottare un sistema “misto” che coniuga lezioni in presenza con lezioni a distanza (sincrone o asincrone), soluzione rivelatasi inevitabile nonostante il ricorso ove possibile allo sdoppiamento di corsi e all’erogazione delle lezioni anche di sabato.

L’autonomia didattica delle università ha condotto ad identificare soluzioni che, tenendo conto anche di particolari condizioni locali, fra cui quelle relative alla disponibilità di spazio medio per studente, si sono rivelate molto diversificate a livello nazionale.

Molte università sono corse ai ripari, pur dovendo scendere a patti con situazioni di bilancio tutt’altro che floride. Ad esempio, fra le tante, l’Università romana di Tor Vergata ha disposto di elevare la soglia di esenzione delle tasse di iscrizione da 20mila a 26mila euro di reddito familiare e un’esenzione parziale per i redditi fino a 30mila euro, oltre ad esenzioni totali per i più meritevoli.

Altre università, come ad esempio l’Ateneo di Siena hanno lanciato iniziative di contribuzione economica agli studenti iscritti per l’acquisto di Pc, notebook e tablet senza troppi vincoli né formalità. Inoltre, in gran parte delle università l’esperienza della didattica a distanza nella seconda parte dello scorso anno accademico si è dimostrata favorevole oltre ogni più rosea aspettativa.

Il sistema ha retto: è stato capace di riconfigurarsi in fretta e non ha sofferto di disservizi seri. Inoltre, gli studenti di tutte le età hanno dato prova di grande maturità e le attività didattiche, incluse le prove di esame, si sono potute svolgere con buona regolarità, specie se si tiene conto della grave condizione di emergenza in cui si sono svolte. L’esperienza dello scorso anno potrebbe avere indotto un clima di relativa fiducia negli studenti e nelle famiglie che ha trattenuto gli studenti nel sistema universitario italiano.

Ma ciò che difficilmente si poteva prevedere è che si sta registrando un aumento delle immatricolazioni proprio nelle università del Sud. La pandemia dissuade dal fare il fuori sede lontano da casa per ridurre i costi, mentre il timore di rimanere bloccati da un nuovo lockdown per tempi lunghi pare abbia pesato meno (circa per uno studente su dieci secondo il portale skuola.net).

Se le statistiche dicono che in condizioni normali uno studente meridionale su quattro si sposta al Nord per studiare, probabilmente quest’anno i numeri saranno diversi. Si potrebbe trattare di un fenomeno transitorio, salvo che le Università del Sud del Paese non riescano a mettere a frutto questa condizione eccezionale.

Si tratta di una sfida importante da raccogliere nell’interesse del tessuto produttivo meridionale. Gli atenei più prestigiosi, tuttavia, non sembrano perdere troppi studenti. Il fenomeno, ad esempio, sembra interessare poco le Università piemontesi che in questi giorni registrano richieste di alloggio sostenute, per nulla influenzate dall’effetto Covid, anche da studenti che provengono dall’esterno dell’Unione Europea.

Altro aspetto che deve avere indotto un clima di fiducia è il comportamento responsabile rispetto alle misure di sicurezza. Tenuto conto dei vincoli esistenti, ogni ateneo ha deciso il livello di applicazione del criterio generale della didattica “mista”. Ad esempio il Rettore dell’Università di Perugia, Maurizio Oliviero, ha assicurato la possibilità di scelta per ciascuno studente di adottare la didattica in presenza o quella a distanza in modalità sincrona, garantendo da parte dell’Ateneo “la totalità delle attività didattiche e delle sedute di esami di profitto e di laurea in forma mista”.

Nell’illustrare l’esito di un questionario erogato al 20% degli iscritti a valle dell’esperienza didattica dello scorso anno accademico, Francesco Ubertini, Rettore dell’Alma Mater di Bologna, ha rilevato che, pur nell’apprezzamento dell’esperienza da remoto, “emerge una forte voglia di tornare in presenza” con una significativa frazione degli studenti intervistati che rilevano i vantaggi di una didattica che valorizzi l’uso degli strumenti digitali integrati nella didattica tradizionale. L’Università Cattolica ha potenziato la dotazione tecnologica delle oltre 500 aule dei cinque campus, attrezzate con telecamere dotate di un sistema di auto-tracking che consente di inquadrare il docente in qualsiasi posizione si trovi.

L’Università di Padova adotta soluzioni di tracciamento con un codice per ogni posto a sedere e, più in generale, più d’una università ha scelto di invitare gli studenti e il personale ad adottare l’app (a volte la stessa Immuni opportunamente integrata da altre funzionalità) per assicurare condizioni di “early warning” in caso di possibile contagio. Altri atenei, come il polo universitario di Imperia, richiedono l’autocertificazione per entrare e la mascherina obbligatoria in aula. Inoltre, alcuni atenei, specialmente quelli dotati di Policlinico universitario, hanno lanciato campagne per l’esecuzione gratuita dei tamponi sia sul personale che per gli studenti.

Nel complesso, in attesa di analisi più approfondite che potranno seguire alla disponibilità di dati statistici completi, sembra lecito confidare che le previsioni sfavorevoli della vigilia possano essere disattese e che gli studenti si potranno avviare alla ripresa con un ragionevole grado di fiducia nei meccanismi di funzionamento che l’istituzione universitaria ha approntato per questa fase tanto particolare della sua storia millenaria.

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