Si prosciugano, quasi a vista d’occhio, le riserva di valuta estera della Turchia. Storico tallone di Achille di Ankara, la fame di valute pregiate come dollari o euro per ripagare i debiti contratti in moneta estera. A generare questo deficit cronico sono importazioni di energia e di prodotti stranieri ad alto valore aggiunto da un lato, un livello modesto di risparmio domestico generano questo sbilanciamento. Il massiccio afflusso di investimenti esteri registrato nell’ultimo decennio ha tamponato questa situazione. Ma è un po’ come un bicicletta, finché i soldi (le ruote) girano l’equilibrio tiene, appena si fermano tutto vacilla.

La situazione potrebbe peggiorare in fretta – C’è fondamentalmente questo alla base della decisione dell’agenzia di rating statunitense Moody’s di ridurre il voto sull’affidabilità creditizia del paese. Venerdì ridotto a B2 dal precedente B1, il livello più basso di sempre e pari a quello di paesi come Egitto, Giamaica o Rwanda. Voto che indica un investimento fortemente speculativo, qualcosa da cui stare alla larga se non si è in cerca di emozioni forti. Moody’s ha spiegato che “i parametri finanziari potrebbero peggiorare più velocemente del previsto” e che “le vulnerabilità esterne della Turchia stanno sempre più verosimilmente per cristallizzarsi in una crisi della bilancia dei pagamenti”. La situazione è, in teoria, ancora più problematica di quello che descrive l’agenzia di rating. La banca centrale sta infatti usufruendo di un sistema per cui reperisce valuta estera attingendo ai depositi delle singole banche del paese (quindi dai conti dei cittadini turchi) con un impegno di restituzione. In sostanza la banca centrale turca al momento non avrebbe riserve proprie. Si può naturalmente questionare sulle valutazioni di Moody’s e delle altre agenzie di rating, tutte espressione della finanza statunitense, ma il downgrade è solo l’ultimo episodio di una crisi che si trascina da tempo e che si è incancrenita con l’esplosione dell’emergenza Covid. Così, mentre Ankara è alle prese con le sue battaglie navali in acque greche, complice una distratta indifferenza statunitense che si presume temporanea, e con il sostegno alle sue ambiziose mire in Siria e Libia, il rischio è quello di trovarsi a breve con le casse vuote.

Non si arresta la caduta della lira – Il livello delle riserve di valuta estera della Turchia espresso in termini di percentuali del Pil sono al livello più basso da decenni, scrive Moody’s, indebolendo in modo significativo la capacità del governo di ripagare i suoi debiti in moneta straniera e aumentando la vulnerabilità del paese agli umori degli investitori”. Come altre economie emergenti il paese è preso tra l’incudine e il martello. La lira si sta fortemente deprezzando, da inizio anno ha perso il 22% nei confronti del dollaro, cosa che rende più impegnativo ripagare i debiti contratti in valuta statunitense. Dopo marzo la situazione si era stabilizzata grazie all’intervento della banca centrale che aveva speso 65 miliardi di dollari per comprare lire turche sostenendone così il valore. Durante l’estate la lira ha però iniziato nuovamente a deprezzarsi. Ad inizio agosto il governatore della banca centrale ha esplicitamente affermato che le politiche monetarie del paese si basano sull’assunzione che non ci sia una seconda ondata della pandemia. Nei prossimi 12 mesi arrivano a scadenza debiti in dollari per 170 miliardi con un picco di rimborsi atteso già in ottobre. Attualmente le riserve di valuta estera ammonterebbero a meno della metà di questa cifra.

La rischiosa scommessa di Erdogan – Per sostenere la propria moneta la Turchia dovrebbe rendere più restrittiva la sua politica monetaria: alzare i tassi. Ma questo cozza con il sostegno che si vorrebbe dare all’economia, alle prese con il più grave calo del Prodotto interno lordo di sempre. Un serpente che si morde la coda. Per di più, la banca centrale turca è da tempo esposta a condizionamenti politici da parte del governo di Recep Taypp Erdogan. Manipolazioni che hanno fato storcere il naso ai grossi investitori esteri, privando il paese di un’altra fonte di valuta. Il premier potrebbe ora perdere la sua scommessa giocata contro il Covid. Ad Ankara si è puntato su una ripresa relativamente rapida, sia dei traffici commerciali che del turismo (che ogni anno garantisce l’afflusso di oltre 30 miliardi di dollari), in modo da portare nel paese monete straniere e dare ossigeno alle riserve, prima che raggiungessero il livello di guardia. Questa situazione spiega anche parte della veemenza con cui il paese sta cercando di conquistarsi l’accesso a giacimenti petroliferi nel Mediterraneo, a costo di incrinare le sue relazioni con Europa e Stati Uniti. Prima che queste crisi accadano può passare del tempo. Ma una volta che si verificano tutto succede molto rapidamente. Moody’s si attende che in caso di grave crisi il governo possa introdurre restrizioni ai movimenti di capitali in uscita dal paese, con conseguente danno anche per gli investitori esteri.

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