Duecentocinquantamila persone che rientrano da Romania e Bulgaria, Paesi per cui vige l’obbligo di quarantena, e tornano a lavorare con anziani e malati. Pochi controlli, quarantene difficili da rispettare e nessuna normativa chiara in vigore. È la situazione delicata di colf e badanti, e delle famiglie che le assumono. “Siamo in una posizione particolare – conferma al fattoquotidiano.it Lorenzo Gasparrini, segretario dell’associazione Domina, che riunisce i datori di lavoro – le famiglie sono molto spaventate perché stanno tornando colf e badanti che erano nei loro Paesi d’origine, dove i contagi sono ancora molto alti”.

Con il lockdown, spiega, molte persone che lavorano con gli anziani o si occupano delle pulizie domestiche sono tornate verso Est: molte perché avevano perso il posto, altre perché spaventate dal dilagare dell’epidemia in Italia. Altri ancora hanno lavorato in inverno e sono partiti in estate, per trascorrere le ferie con le famiglie d’origine. Ma ora queste persone tornano in Italia, sollevando un problema che mette in allerta i patronati, le associazioni e – secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it – anche la Croce Rossa e il Comitato tecnico scientifico. I datori di lavoro non vogliono correre alcun rischio – visto che spesso assistono proprio chi è più fragile – ma non possono obbligare i dipendenti a sottoporsi a tampone, e spesso controllare che l’isolamento sia rispettato è complicato. In questo settore infatti il nero rappresenta il 60% e già a luglio, con l’istituzione dell’obbligo di isolamento, l’assessorato alla Salute della regione Lazio aveva ammesso che molti minivan e pullmini privati organizzavano rientri dalla Bulgaria e dalla Romania in modo da eludere i controlli. In un tira e molla difficile tra sicurezza, diritti e salute.

In Italia si stima che oltre due milioni di famiglie abbiano alle loro dipendenze una persona – babysitter, colf o badanti. Molte di loro provengono dall’Est Europa, dove ci sono nuovi focolai di coronavirus attivi. Per questo, chi arriva da Romania e Bulgaria deve trascorrere 14 giorni in quarantena: la misura è stata introdotta a luglio dal ministro della Salute Roberto Speranza e poi rinnovata, fino all’ultimo dpcm. Dal patronato Acli, associazione di promozione dei diritti dei lavoratori, spiegano che i lavoratori originari del Bangladesh o dello Sri Lanka, per paura di restare bloccati nel proprio Paese d’origine, non sono partiti. Chi veniva da Paesi più vicini e non aveva il terrore di far scadere il permesso di soggiorno invece è partito e tornato: e ora emerge il problema della sicurezza, con i centralini presi d’assalto dai datori di lavoro.

Il problema dell’isolamento – “Chi arriva da Romania e Bulgaria deve rimanere in isolamento, ma non è stato mai detto dove – sottolinea Gasparrini – Noi avevamo chiesto che fossero messi a disposizione gli alberghi. Invece quello che sta accadendo è che sono le famiglie a trovare un altro posto, nel caso di badanti conviventi, a loro spese”. Chi vive con la persona che assiste non può certo passare la quarantena nella stessa casa: troppo alto il rischio di infettare una persona già fragile, per l’età avanzata o per le patologie pregresse. Ma anche le colf o le collaboratrici non conviventi spesso non hanno un posto adatto per trascorrere il periodo di isolamento, perché dividono l’appartamento con altre connazionali o con i familiari. “Alcune famiglie hanno messo a disposizione appartamenti di loro proprietà, o case di amici e conoscenti momentaneamente vuote. Oppure hanno trovato una sistemazione a loro spese. E visto che queste persone non possono uscire per nessun motivo, spesso i datori di lavoro provvedono anche alla spesa”. Dalla Asl Roma 1 rispondono che non è responsabilità del sistema sanitario nazionale individuare un posto per chi è in isolamento fiduciario e sottolineano che la quarantena resta la misura fondamentale, che non può essere in nessun modo sostituita dal test. Il tampone può e deve essere richiesto in caso di sintomi, contattando le Asl o il medico curante.

Ma tutto, denuncia Gasparrini, è sulle spalle dei datori di lavoro: sia economicamente che come responsabilità. “Si è molto parlato di chi torna dalle vacanze, ma di chi rientra per lavorare no – spiega Laura, 52 anni – io dovrò pagare la quarantena alla signora che lavorare da mia madre, che torna dalla Romania. Di fatto è come un periodo di malattia. Nessuno vuole limitare la libertà di tornare a trovare le famiglie, ma di sicuro in un momento come questo pone un grande problema di sicurezza, per cui servono tutte le precauzioni possibili”. Il costo del tampone, spiega il patronato Acli, non dovrebbe essere a carico del datore del lavoro, ma è un compromesso che molti sono disposti a raggiungere pur di stare tranquilli. Ma il periodo di isolamento è a carico del datore di lavoro e non dell’Inps.

Quali sono gli obblighi dei lavoratori – Ma il problema si allarga anche ad altri lavoratori e lavoratrici che arrivano dall’estero: la quarantena è obbligatoria per chiunque entri nel Paese dall’area extra-Schengen. “La signora che assiste mia madre 97enne arriva dalla Russia – racconta Alessandra, che abita a Roma ed è medico – le avevo chiesto di restare in Italia in estate, ma non ha voluto sentire ragioni ed è tornata dalla famiglia. Arriva tra pochi giorni con l’aereo e per precauzione le ho chiesto di fare la quarantena e il tampone. Lei si rifiuta, dicendo che per legge non è obbligata. Tra l’altro vive con la sorella: anche se restasse a casa due settimane, che isolamento è?”. Una situazione comune, confermano le associazioni: per paura di scoprirsi positive (e di perdere il posto) molte persone sono restie a sottoporsi al test. “Non so quante ore ho passato al telefono per capire come dovevo fare: l’avvocato del lavoro a cui mi sono rivolta ha dovuto indagare, perché la normativa è fumosa”. Un altro nodo sono proprio i tamponi: visto che queste persone lavorano spesso con anziani, bambini o persone ammalate, i test sono necessari. “Ma la mia badante non ha la macchina per andare al drive-in – aggiunge Alessandra – lei non si sente obbligata, ma per quanto mi riguarda lo è: senza non torna da mia madre. I laboratori privati fanno solo la sierologia, ma io voglio il tampone. Alla fine ho fatto fare l’impegnativa dal medico della mutua, ma finirà che dovrò accompagnarla io, non mi pare giusto”. E insiste: “Serve una legislazione chiara e più severa e molti più controlli”.

Le falle nei controlli – Le verifiche, in questo senso sono una questione molto spinosa: innanzitutto perché in questo settore il nero costituisce il 60%. Poi perché chi rientra da Bulgaria o Romania lo fa spesso con minivan o pulmini privati, difficilmente rintracciabili. A Roma alla fine di luglio erano state attivate postazioni per i test rapidi alla stazione Tiburtina (dove arrivavano diversi pullman provenienti dall’est Europa) e alla stazione dei bus di Anagnina, ma presto il sistema aveva dimostrato delle falle: lo stesso assessorato alla Salute della Regione Lazio aveva denunciato che molti minivan avevano trovato il modo di aggirare i controlli, evitando di arrivare nei piazzali consueti. Ma se viene meno il rapporto fiduciario, spiegano dalle associazioni di promozione sociale, il datore di lavoro ha la facoltà di interrompere il rapporto.

Il punto, conclude Gasparrini dell’associazione Domina, è che i datori di lavoro e le famiglie sono stati lasciati soli: “Di fatto non hanno tutele”. Mentre per esempio i contributi per molte aziende sono stati sospesi, per i datori di lavoro no. Durante il lockdown potevano scegliere se interrompere il rapporto di lavoro o ‘congelarlo’, facendo recuperare le ore a emergenza finita: ipotesi molto difficile su un periodo così esteso. “Manca una normativa nazionale e non si è mai parlato di eventuali sgravi, o rimborsi per test e quarantene. A maggior ragione ora che, con la fine del telelavoro e il rientro a scuola, molte famiglie hanno ancor più bisogno di qualcuno che si occupi delle loro case e dei loro anziani”. Ma puntare solo sulla sensibilità dei datori di lavoro o dei lavoratori stessi non è sufficiente: “Non tutti hanno la stessa percezione del rischio, né la stessa disponibilità ad affrontare tutta la lunga trafila”.

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