Da una stanza di ospedale nella quale mi trovo, la vicenda dei neonati morti per aver contratto il letale Citrobacter Koseri all’interno del Reparto Maternità dell’Ospedale di Verona, ha tutto un altro sapore, differenti colori e probabilmente ben altra sostanza. Oggi – potremmo dire finalmente – i presunti colpevoli sono stati sospesi, ma non v’è dubbio che la burocrazia sanitaria abbia impiegato troppo tempo per dare una risposta a quei genitori che – avendo dovuto su suggerimento di altri medici trasferire per cure intensive i propri neonati all’interno del più grande reparto di cure intensive neonatali del Veneto e forse d’Italia – hanno visto le proprie creature entrate sane, contrarre il mortale e dannosissimo batterio – 4 morti e almeno 9 cerebrolesi nel corso di un anno – per la scarsa igiene e i deboli controlli dell’ospedale.

Tutto senza avere per lungo tempo né risposte, né informazioni, né tantomeno sostegno morale per una disgrazia e un dolore ingiustificabile quanto incolmabile. Insomma, un’ennesima “storia sbagliata“, come avrebbe cantato il veronese Massimo Bubola, una tragedia inaccettabile nella sanità del 2020, che diviene tutt’al più una vicenda buona per inutili polemiche strappalacrime – tra un Berlusconi, un Briatore è un po’ di Covid – un caso divulgato e coniugato per le folle, con le solite, banalità, semplificazioni, forzature.

Proviamo invece a mettere in fila un po’ di fatti, dal macro al micro.

1. L’ospedale di Verona Confortini è il Polo sanitario più grande del Veneto, in diretta dipendenza da Venezia, tra i maggiori d’Italia, con un’ottantina di sale operatorie e tutto il resto, tra cui un Reparto di Terapia Intensiva Neonatale in grado di accogliere 170 pazienti. Un’impresa faraonica (certamente sproporzionata), che una volta realizzata – solo con l’apporto dei privati di Cariverona – ha obbligato la sanità regionale a chiudere molti reparti altrove operanti, per consentire lo sfruttamento efficiente di una struttura di dimensioni gigantesche, in una logica evidente del… fare per disfare.
2. L’efficienza della sanità non solo veneta, è chiaro a qualsiasi persona di persona di buon senso, che si fondi sulle strepitose capacità del personale, sulla sua abnegazione, peraltro in perenne conflitto con gli affari della politica, quotidianamente tradotti in una dialettica di scontro e di opposizione con una pseudo-burocrazia, che tutto domina e tutto può.
3. Un generale italico singolarissimo criterio di applicazione del “principio di responsabilità” poi, per cui i meriti (elettorali) ricadono sempre sulla politica che nomina e decide, mentre le eventuali colpe vengono scaricate sugli esecutori (a volte conniventi, ma mai causa efficiente delle decisioni), secondo la ben nota legge della faccia di bronzo, per cui gli stessi che hanno determinano dall’alto le disgrazie, possono poi senza rimorsi né senso del ridicolo strapparsi le vesti per additare e sanzionare i “colpevoli”.

E il male peggiore di queste storie è che nulla avviene per essere imparato e impedire il ripetersi delle vicende; nulla viene fatto per emendare il sistema da quelle caratteristiche profonde che sole determinano il sorgere di queste tragiche vicende, nel fumo delle polemiche, nel baillame delle sanzioni e delle inchieste, giusto per tacitare l’opinione pubblica, non certo per far sì che in futuro le cose non abbiano a ripetersi.

Eppure, anche la vicenda del Coronavirus con le sue tragiche conclusioni, ma anche con i suoi lodevoli esempi, avrebbe dovuto chiarire che è tempo di passare da una sanità basata sulle macchine, sulle spese dalle dubbie implicazioni, a un diverso modello, centrato sugli investimenti di personale, sull’aumento doveroso delle retribuzioni, cioè su quelle spese che sole consentono una reale, assidua vicinanza curante-paziente, risolutiva oltre ogni statistica. Dimenticando per volontà o dolo, che l’attuale sistema sanitario si fonda al contrario sul corollario di una pelosa deviazione a tutto vantaggio di una sanità privata, che da tempo sta cercando di imporre modelli aziendalistici impropri, inadeguati e purtroppo non disinteressati.

Certo, la predisposizione tutta italiana a buttare tutto in caciara e in chiacchiere a ruota libera, così da evitare reali cambiamenti in meglio, non aiuta. Sicché silenziato il rumore, sarebbe bene non dimenticare che i morti vengono e contano sopra ogni cosa – né possono mai essere ricondotti a sciocche statistiche, o essere derubricati in banali incidenti, sottraendoli al dovere morale collettivo di evitare che accadano e ancor più che si ripetano. I Gattopardi, già intollerabili nella politica non hanno diritto di esistere nella gestione della Salute Pubblica.

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